Credit: Foto di Quinn Dombrowski

Dov’è la vittoria

All’indomani del referendum era giusto preoccuparsi per prima cosa di assicurare un nuovo governo e un passaggio di consegne ordinato, per evitare che la sconfitta del Pd apparisse come una rotta dell’Italia. Un rischio peraltro scongiurato solo in parte, come ha spiegato qui Carlo Derrico, rimettendo in sequenza i non rassicuranti fotogrammi dell’offensiva finanziaria sul nostro paese. Ora però che la sentenza della Consulta sull’Italicum ha sgombrato il campo anche dall’ultimo alibi che sembrava paralizzare la politica italiana, è venuto il momento di riprendere il filo del discorso interrotto il 4 dicembre, guardare in faccia i problemi che quel risultato lascia aperti, gli errori e le responsabilità che chiama in causa, e dirsi finalmente le cose come stanno.

Già, ma com’è che stanno, esattamente, le cose? Non è tanto facile capirlo, così a prima vista. O almeno non è facile per chi non rientri in nessuna delle due categorie di ossessionati che fanno sistematicamente deragliare qualunque tentativo di discussione razionale intorno al Pd: quelli secondo cui, quale che sia il problema, Renzi è la soluzione; e quelli per cui, quale che sia la soluzione, Renzi è il problema. A questa forma patologica di bipolarismo interiore ci siamo sottratti subito, provando a indicare le nostre ragioni e le nostre parole d’ordine anche nella campagna per il Sì. Dunque è anzitutto a coloro che hanno avuto la sfortunata idea di unirsi a noi in quella battaglia che ora, ben lungi dalla tentazione di allontanarcene fischiettando, vogliamo girare quella stessa domanda che ci tormenta tutti (ma anche a chiunque abbia voglia di rispondere): e adesso, che si fa?

Diciamo subito che non ci convince l’analisi di chi ritiene che il 40 per cento sia un grande risultato. Quel risultato – e con quella affluenza, per giunta – rappresenta senza dubbio una pesante sconfitta. Non si può fare una discussione seria senza partire da qui. Il punto, però, è se una discussione seria qui possa pure concludersi. Se detto questo, insomma, non resti nient’altro da dire. La nostra impressione è che una riflessione seria debba essere capace di spiegare cosa ha funzionato e cosa no, adeguando l’analisi alla realtà e non la realtà all’analisi, come invece si continua a fare, ora teorizzando che il 40 per cento del referendum sarebbe un trionfo, ora sostenendo che persino il 40 per cento delle europee sarebbe stato una disfatta. Sinceramente, non ci convince nessuna delle risposte automatiche di un dibattito che a sinistra rischia di somigliare sempre più ai terrificanti numeri verdi di certe grandi aziende: se desidera più sinistra, prema il tasto uno; se pensa che serva un partito più strutturato, prema il tasto due…

Così, temiamo, non se ne uscirà mai. Non perché non servano più sinistra e un partito più strutturato, ma perché, quando si è detto questo, non si è ancora detto quasi nulla. Usciamo dalle risposte preconfezionate. Azzardiamo: forse, quello che ha funzionato fino alle europee e oltre, ma ha cominciato a non funzionare più da un certo momento in poi, è proprio l’equilibrio di diversi elementi. Quell’equilibrio instabile che teneva insieme una certa spinta al cambiamento e alla rottura di tante posizioni consolidate da un lato, ma dall’altro anche un blocco sociale e alcuni tratti simbolici tradizionali (sia pure in chiave, diciamo così, post-moderna). Rottamazione e piena adesione al Pse, 80 euro e riforma istituzionale, leaderismo ed europeismo. Quando Matteo Renzi spiega di non aver mai voluto dar retta a chi gli suggeriva di farsi un suo partito, perché consapevole che un conto sarebbe stato andare al governo come leader della sinistra e altro conto andarci come un passante qualsiasi, mostra di avere capito l’essenziale. Ma tante assurde chiacchiere sul «Partito della Nazione» mostrano che forse lo ha capito troppo tardi. E non si tratta solo di chiacchiere e retroscena, ma di un messaggio e di una linea politica che si è tradotta anche in precise scelte di politica economica, dalla cancellazione della tassa sulla prima casa alle campagne in stile «No tax day», che hanno alterato in misura decisiva quell’equilibrio, spaccando il blocco sociale potenzialmente maggioritario che pure per un attimo era parso in grado di aggregare. E così l’ottimismo del leader di sinistra che deve infondere fiducia e suscitare speranza, lasciando che siano altri a speculare sulla disperazione, si è trasformato in una narrazione del tutto scollegata dalla realtà, tutta sorrisi, eccellenze ed elogi all’Italia che ce la fa, mentre larga parte del ceto medio sentiva o temeva di non farcela più. E si incazzava.

Può darsi, naturalmente, che questa ipotesi sia a sua volta figlia delle nostre vecchie fissazioni (dice giustamente il proverbio: la fissazione è peggio della malattia). È certo che altri elementi andrebbero considerati. L’unica cosa di cui siamo sicuri è che un’analisi sensata debba necessariamente dare conto dei diversi elementi di quell’equilibrio instabile che abbiamo provato a delineare e che ha caratterizzato il Pd e il governo sotto la guida di Renzi, le sue scelte e i suoi messaggi di fondo. Quello che serve, insomma, è una discussione più libera, anzitutto dai nostri pregiudizi: autocritica ma non ipocrita, politica ma non politologica. Una discussione che di sicuro non ci farà trovare alcuna soluzione pronta all’uso, ma che ci consentirà forse di rimetterci tutti insieme alla sua ricerca, con qualche idea in più e qualche preconcetto in meno. E sempre più convinti, nonostante tutto, delle parole di quel vecchio canto rivoluzionario che diceva: «Dov’era il No, faremo il Sì».

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