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Se la giustizia sale sul taxi di Di Maio

Le dichiarazioni di Luigi Di Maio, che ha chiamato «taxi per migranti» le navi delle ong, erano già da sole particolarmente gravi, perché tornavano ad alimentare la più spregiudicata strumentalizzazione politica dei problemi dell’immigrazione. Avanzare sospetti generici e allusioni, per poi nascondere la mano dietro l’ipocrisia del ritornello sul «chiediamo solo chiarezza», è un gioco subdolo e pericoloso, che produce il dibattito politico che meritiamo, in cui trova spazio persino l’ossessione paranoica secondo cui il trattato di Dublino e Mafia Capitale sarebbero legati a doppio filo. Ci mancava solo la caccia al volontario accusato di collaborazionismo con gli scafisti.

Come se non bastasse, però, alle dichiarazioni del vicepresidente della Camera si è affiancato il procuratore di Catania, titolare di alcune delle inchieste sui presunti rapporti esistenti tra ong e trafficanti di esseri umani, che con tutta la sua autorevolezza è intervenuto per chiarire i contorni dei sospetti avanzati sulle organizzazioni non governative. È vero che i procuratori della Repubblica non dovrebbero rilasciare interviste su indagini in corso e dovrebbero parlare attraverso gli atti di indagine. Questo perché le indagini sono coperte dal segreto, e perché in questa fase non è possibile parlare di prove, fatti accertati e responsabilità, se non in termini puramente ipotetici. Ma nel nostro paese esiste, purtroppo, una consolidata tradizione di conferenze stampa, interviste, esternazioni sulle attività investigative.

Il procuratore di Catania ha scelto dunque di abbandonare la riservatezza dovuta al ruolo che riveste, per rivolgersi all’opinione pubblica e spiegare natura e consistenza di un’inchiesta che in questi giorni è al centro del dibattito politico. Ha iniziato parlando di «evidenze», prove non meglio individuate di contatti tra ong e trafficanti, finanziamenti sospetti, un non meglio definito ruolo delle ong nel traffico di esseri umani, per poi correggere il tiro e arrivare ad ammettere che «la Procura di Catania ha delle ipotesi di lavoro, che non sono al momento prove, neppure quella sui loro finanziamenti». Paradossalmente, di tutte le dichiarazioni per cui è stato giustamente rimproverato, questa è l’unica convincente: in fase di indagine non possono esserci certezze o prove, ma solo ipotesi di lavoro.

Il problema è che in ogni caso, a leggere alcune dichiarazioni, tali «ipotesi di lavoro» fanno drizzare i capelli in testa. Una delle tesi, giusto per fare un esempio, è che si persegua da parte di alcune ong la finalità di destabilizzare l’economia italiana per trarne dei vantaggi. Non a caso, nei giorni scorsi, si è lasciato cadere il nome di George Soros come uno dei finanziatori di queste organizzazioni: un nome che oggi è la quintessenza del complottismo. Siamo a un passo dai barconi pagati da JP Morgan.

Tanto più che il rapporto di Frontex sul pattugliamento delle frontiere citato da Di Maio non solo non contiene la parola «taxi», ma parlando delle attività svolte dalle ong usa l’espressione «unintended consequences». Conseguenze involontarie. In poche parole: le ong pattugliano con tutti i mezzi di cui dispongono alcuni tratti del Mediterraneo, tenendo sotto controllo i barconi per evitare naufragi, e così fa la Guardia Costiera. I trafficanti lo sanno, e ne approfittano mandandogli incontro i barconi. Fortunatamente, almeno per ora, il reato di missione di soccorso non è stato ancora introdotto.

   
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