La guerra dei socialbot

Gran parte della nostra esistenza quotidiana sarà presto mediata dai robot: automobili a guida automatica, elettrodomestici che spolverano, frullatori che vorticano la frutta in poltiglia, ma prima avviano le bucce al sacchetto dell’umido (da lì in poi dovrebbe pensarci la Raggi). Così guadagneremo – se non smarriamo le password – più tempo per l’attività cui, per istinto di branco, principalmente aneliamo: comunicare. Comunicazione sentimentale (tipo amori, affetti); comunicazione dialogica, per incrociare, come i cervi le corna, le opinioni correnti circa Iddio, il Ragù, il Medio Oriente, Montalbano, la Casta e Barbara d’Urso. E qui, dove comanda l’opinione, si sa che ciascuno è il robot di se stesso perché rifrigge la “cultura” che gli fa da occhi e paraocchi. E simil robotiche sono le comunicazioni con un qualunque sportello burocratico dove gli addetti rispondono in base a procedure, che altro non sono che software timbrati e firmati dal capo ufficio, anziché disegnati in un chip.

Ma sarà bene abituarsi all’idea che stiamo già convivendo coi robot proprio nella nuvola dei social che, come narrano i casaleggi, connettono l’Uno all’Uno, affinché, liberi dai sofismi delle caste cacasenno, finalmente possano dire pane al pane e vino al vino. I social, infatti, altro non sono che programmi automatici che instradano post e commenti, like e dislike, ancorati a una marea di account: le identità digitali che assumiamo per entrare in quello scambio di cose scritte, fotografate e videoriprese. E siccome dietro una identità digitale non è detto che ci sia per davvero un corpo, ecco che nei social agisce un numero incalcolabile e incontrollabile di individui moltiplicati, presentati con foto e simboli farlocchi.

Potete farloccare anche voi: vi alzate una mattina, decidete di dare la forza del numero alle vostre ossessioni e create una serie di account non reali, ma realistici, che somigliano a quelli che verrebbero attivati da persone singolarmente autentiche. Da lì in poi questo esercito di robot ai vostri esclusivi ordini sarà pronto, pescando da una robusta riserva di frasi fatte, a rimbrottare qualsiasi malcapitato che si avventuri in post o commenti che non rientrino nelle vostre idee e convenienze. Di più: potrete allestire vere battaglie fra eserciti di robot tutti vostri, ma distribuiti su opposti fronti sicché, da un lato o dall’altro, guadagnerete ogni volta nuovi amici e follower, e cioè il pubblico che assisterà a successive messe in scena. E questo pubblico, a sua volta, entrerà in lizza fornendo nuove occasioni di intervento e propagazione ai vostri eserciti di burattini. Alla fine dei conti, anche le persone “vere”, quanto più si accaniranno ad essere se stesse, tanto più saranno burattini della vostra “narrazione”.

Questo è il mondo dei social, dove uno vale uno, ma alcuni sono multipli. Francamente noioso, e in fondo innocuo, non fosse per la parte di utile idiota svolta dai media classici, specie i giornali che si fanno sempre più con i fichi secchi e a cui, sulla spinta del “l’ha detto la Rete”, non pare vero di trasformare quelle battaglie fra umanoidi in “notizie” (e titoli, occhielli, commenti). E siccome fra voi che quegli umanoidi li avete creati e li manovrate abbondano i Capitan Scafarto, potete ben immaginare quale beneficio questo frastuono arrechi alla salute del rapporto fra media e pubblico. Ma la colpa, come per la Jessica di Roger Rabbit, non è dei robot. È di chi li disegna e dei babbei, come noi, che gli danno retta.

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