Sbarre.
Foto di Alan Levine

La giustizia non è un ammortizzatore sociale

Nei giorni scorsi Repubblica riportava le stime di un rapporto della Cgil secondo cui negli uffici giudiziari italiani mancherebbero almeno novemila lavoratori sui trentaduemila attualmente al lavoro tra cancellieri, collaboratori, ausiliari di giustizia. Le carenze di personale in questo momento vengono soddisfatte ricollocando lavoratori di altri settori e con l’utilizzo di volontari, finanzieri, carabinieri a riposo che permettono così al sistema di funzionare. Male.

La crisi della giustizia in Italia è endemica, è un ventre molle, perennemente in arretrato e in cerca di carne umana che la alimenti e la faccia funzionare. Nonostante qualche progresso restiamo un paese in cui i processi sono lentissimi, i tribunali intasati, le carceri piene. In questi anni la giustizia si è trasformata in un gigantesco ammortizzatore sociale e in un generatore di consenso politico: abbiamo cartolarizzato la crisi economica, la sicurezza e i conflitti sociali, trasformandoli in atti giudiziari, reati, processi e sentenze, intasando gli uffici giudiziari e portando il sistema al collasso. Minimo risultato con il massimo sforzo.

Basti pensare alla declinazione contemporanea della parola «sicurezza», che ha perso ogni legame con la sicurezza sociale, il lavoro, la salute, ma è declinata unicamente nelle forme dell’ordine pubblico. Per ogni situazione di disagio esiste un reato e la politica, invece di governare le tensioni sociali, di trovare nuovi equilibri per nuove disuguaglianze, si è limitata a estendere il campo di ciò che è punibile, individuando come unica via quella giudiziaria.

Ogni giorno, in ogni tribunale italiano si celebra un numero indeterminato di processi per furti nei supermercati, per il valore di pochi euro, impegnando uomini e risorse. Sono spesso «reati di sussistenza», commessi da soggetti marginalizzati da una società per la quale esistono solo nel momento in cui mettono piede in un’aula giudiziaria. Una volta usciti, tornano invisibili. La giustizia italiana è profondamente diseguale: nel sistema della giustizia penale vengono introdotti cittadini di rango inferiore – italiani e stranieri, poveri, privi di mezzi di sussistenza, senza casa, socialmente disarticolati – che in mancanza di una struttura in grado di occuparsene vengono affidati alle cure dei giudici, e molti al carcere. Nel sistema della giustizia civile la lunghezza infinita dei contenziosi determina diseguaglianze insostenibili tra chi può permettersi un giudizio così lungo, e chi invece è costretto ad arrendersi rinunciando a far valere i propri diritti. La giustizia – civile e penale – ha smesso di essere la soluzione dei conflitti giuridici o l’affermazione di un diritto, per diventare soluzione di conflitti sociali. La crisi economica, la sicurezza, gli stupefacenti, le migrazioni, sono state affidate al contenzioso e alla repressione penale.

La politica, incapace di gestire una crisi totalizzante e le conseguenze dei mutamenti sociali, ha continuato a nutrire questo mastodonte, moltiplicando i reati per placare l’ansia di sicurezza, investendo poco nelle misure alternative al carcere e nella semplificazione dei giudizi civili. Ma stiamo sbagliando diagnosi e cura, perché invece di continuare a sfamare questo mostro, invece di continuare a introdurre nuovi reati, assecondando il gigantismo e la lentezza, dovremmo depenalizzare, semplificare, ridurre, sottrarre al contenzioso giudiziario tutto ciò che può essere sottratto, senza ovviamente rinunciare all’affermazione dei diritti. La politica deve trovare risposte alle paure e ai bisogni che provengono da una società in profondo mutamento, perché il sistema non va sfamato, il sistema ha bisogno di una gastrectomia.

   
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