post-factum

Il falò della comunicazione

Amici meno sprovveduti di noi ci avevano preannunciato che Renzi&C, auspicando la non conferma di Visco a governatore di Banca d’Italia, cercavano guai. Già arrivati sul piano mediatico col rinfocolamento dei roghi Etruria anti-Boschi (padre e figlia) in sostituzione di quelli Consip anti-Renzi (padre e figlio),  estinti dalla dimostrata fellonia di alcuni inquirenti&giornalisti. Dal che si deduce che se vuoi fare politica, oltre a eliminare i familiari in vita, deve saperti autolimitare.

Puoi riformare i diritti (fine vitae, eccetera) che al peggio rabbuiano qualche vescovo retrò, ma devi tenerti alla larga dall’intreccio editoria-finanza, popolato da odi reciproci ma unito contro i parvenu (amarcord il caso Unipol-Bnl del 2005, «abbiamo una banca»…) e, ancor di più, contro il governante che non voglia o non possa (per sopravvenuta crisi economica) esserne il re travicello. Avendo contro così tanti e così determinati, è possibile che Renzi finisca come Cola di Rienzo e che si dissolva l’investimento politico dei cocciuti elettori che ne sostengono “la politica del fare”. Vedremo come andrà. Ma già ora sappiamo che fra tanti alti e bassi, di sicuro una disfunzione renziana è stata la comunicazione. Da due punti di vista.

Dal punto di vista generazionale: verso i giovani, cui ha proposto il giovanilismo (il chiodo da Amici), mentre il giovane, per quanto ricordiamo, scruta e soppesa l’autorevolezza, anche se si diverte con la leggerezza. Quindi, ok andare nelle loro trasmissioni, ma non come uno di loro, perché “di loro stessi” ne hanno già abbastanza. E verso gli anziani, che sono sì pronti a veder rottamare il coetaneo, ma non ti seguono se passi dal caso singolo al generale e, soprattutto, se non mostri di saper ricucire, a modo tuo, la tela generazionale che hai stracciato. Insomma, l’anziano è un grillo parlante che dice: «Ok, rottamiamo. Ma nel contempo ricostruiamo, perché non si vive solo delle spoglie dei senatores e anzi, conviene stringerli a qualche patto nuovo». Altrimenti siamo teatranti come il Grillo con la maiuscola.

Dal punto di vista “ideale”: in quanto la strombazzata importanza della “narrazione”, cioè di organizzare i singoli fatti in prospettive coerenti, si è esaurita in elenchi, senza tracce del lavorio culturale che potesse fondare su basi non battutistiche l’inaugurazione di una italica terza via. Insomma, alla quantità di cose bene e finalmente fatte (noi, pur super scettici, abbiamo avuto il modo di constatarlo da vicino nel campo della cultura e dell’industria dell’intrattenimento) è mancata propria la cornice narrativa che non le facesse apparire frutto di occasionali circostanze.

A noi, che non abbiamo le mani in pasta con alcuno e in alcunché, e dunque scriviamo per amor di parola,  pare evidente che a Pd e alleati servirebbero fatti. E gli unici fatti a portata di mano potranno consistere nella valorizzazione di candidature di per sé atte a turare le falle. Per esempio Minniti e Calenda che, ciascuno nel suo campo e con naturalezza antiretorica – il primo molto tacendo, il secondo chirurgicamente dibattendo – sono già riusciti a dimostrare di essere mossi da idee non occasionali oltre che da una elevata capacità di tradurle in fatti. Una coppia che, per cultura d’origine e condizioni fisiche, tende a quel valore medio che uno schieramento non può non avere.

   
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