Relitto.
Foto di Liam Moloney

Non sono tempi da opposizione omeopatica

Da tempo si usa ripetere, come verità universalmente accettate eppure profondissime, che la sinistra ha perso la capacità di offrire una diversa idea di società e che troppo a lungo ha colpevolmente ignorato i problemi reali sollevati dai populisti. È dunque venuto il momento di mettere in chiaro una cosa: l’una o l’altra affermazione potrà anche essere vera, ma di sicuro non possono essere vere entrambe. Tocca decidersi: o si chiede alla sinistra di imporre un diverso modo di guardare ai problemi dell’Italia e del mondo, o le si chiede di misurarsi con l’insieme di problemi e la scala di priorità dettati dai suoi avversari.

È un’alternativa secca, che dovrebbe essere al centro della discussione dentro il Partito democratico, in quanto principale se non unica forza di opposizione al governo del Movimento 5 Salvini. Che la discussione si svolga poi attraverso un congresso, primarie, assemblee nazionali o convenzioni programmatiche, è questione certo non meno importante, ma successiva. Il punto è se il governo populista dia, come si suol dire, risposte sbagliate a problemi giusti, o se alimenti ad arte problemi che altrimenti non ci sarebbero, o sarebbero comunque assai più facilmente gestibili.

Esiste nell’Italia di oggi una crisi dei migranti che la sinistra rifiuta di vedere, un’emergenza sicurezza che i democratici si ostinano a ignorare, un nesso di causa-effetto tra i due problemi che solo l’attuale opposizione non vuole riconoscere come tale? Tutti i dati disponibili dicono che non è così. Si obietta che quello che conta è la percezione. Ma se il problema è la percezione, e non la realtà, allora è la percezione che va cambiata. E certo non la si cambierà continuando a ripetere che le cose stanno proprio come dicono i populisti, pur sapendo che stanno esattamente al contrario.

È vero, per cambiare la realtà, in democrazia, bisogna prima vincere le elezioni. Ma è perlomeno discutibile che concordare pubblicamente e privatamente con la diagnosi formulata dagli avversari, per distinguersi solo sulla terapia da adottare, sia una via sicura verso il successo elettorale. L’esperienza del governo Gentiloni di certo non depone a favore di questa tesi. Non si può prima accettare o dare addirittura per scontata l’esistenza di un’autentica emergenza immigrazione, e poi limitarsi a dire che i flussi vanno governati. Se il medico mi dice che ho una malattia mortale, poi non mi può prescrivere un’aspirina, una dieta equilibrata e un po’ di ginnastica al mattino. Se la diagnosi giusta era quella di Matteo Salvini, perché non dovrei rivolgermi a lui anche per la cura?

Lo stesso discorso si potrebbe fare per quanto riguarda la campagna contro la “casta” e “i costi della politica”. Di sicuro non ha pagato, a giudicare dai risultati del 4 dicembre 2016, avere accettato la diagnosi del Movimento 5 Stelle, pensando di competere sulle terapie, come ha fatto Matteo Renzi con la propaganda sul “taglio delle poltrone” nella campagna referendaria. Del resto, il luogo comune secondo cui per asciugare l’acqua in cui nuota il populismo sarebbe necessario intervenire concretamente sui cosiddetti “costi della politica” è smentito dal fatto che in questi giorni è in pieno corso una campagna sull’abolizione dei vitalizi, nonostante i vitalizi siano stati aboliti sette anni fa dal governo Monti (nell’unico modo non solo possibile e a prova di ricorso, ma anche economicamente significativo: vale a dire per il presente e per il futuro).

La furibonda campagna in atto per tagliare la pensione a duemila persone dimostra al di là di ogni ragionevole dubbio come l’avere già fatto esattamente quello che i populisti chiedevano non abbia asciugato un bel nulla. Perché la verità è che del merito specifico di conti e costi della politica non importa niente a nessuno, perché sono cose complicate e noiose, perché non è quello il punto. Anche qui, è questione di percezioni e di emozioni: s’invoca il taglio di spese, stipendi e pensioni della “casta” perché è un modo come un altro per dare uno schiaffo a una politica da cui non ci si sente più rappresentati. E certo non è rispondendo «aspetta, guarda come mi prendo a schiaffi da solo» che un partito di sinistra recupererà maggiore rispetto e considerazione. Abbiamo abolito i vitalizi (poco male) e persino il finanziamento pubblico ai partiti (malissimo), e la verità è che non se ne è accorto nessuno. Non un voto in meno ai partiti populisti (anzi), non una copia in meno a tutto il complesso giornalistico-editoriale che da anni sfrutta il fiorente filone delle campagne anti-casta (anzi), non un punto di ascolto in meno a tutte le trasmissioni che ogni giorno le rilanciano (anzi). Si tratti di casta o di clandestini, la verità è che la logica del capro espiatorio non segue le regole della logica aristotelica e non può essere sconfitta partendo dalle sue stesse premesse. Anzi.

Un’opposizione omeopatica, che si proponga di fare meglio quello che sta già facendo il governo, non serve a niente. Quella che serve è un’opposizione che abbia il coraggio di prendere di petto e contrastare fino in fondo la politica della gogna e della caccia alle streghe: una politica che alimenta l’odio e lo indirizza contro facili bersagli – i migranti, la casta, l’Europa – per distrarre dai veri problemi e ostruire ogni possibile spazio di riforma. Questo è il gioco di prestigio che l’opposizione deve smascherare, non assecondare. Perché l’unico vero obiettivo del governo del cambiamento è che non cambi assolutamente niente.

Questo però non significa, purtroppo, che la predicazione dell’odio, la chiusura dei porti, la guerra alle ong e a chiunque cerchi di salvare vite in mare – condotta, si badi, sempre con gli stessi argomenti, lo stesso impasto di populismo e giustizialismo, insinuazioni e accuse generiche riservati alla politica e alle istituzioni – non produca delle conseguenze. Nel Mediterraneo e anche nella società italiana. Mai come in questi giorni appare evidente come la retorica sui “costi della politica” serva soltanto a coprire il prezzo, ben più alto, della cattiva politica. Un prezzo che non si misura in euro, ma in diritti, garanzie e opportunità negate. E a volte, purtroppo, anche in vite umane.

   
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