Chi si ferma è perduto

L’ora dei democratici cattolici

È dunque vero che l’esito delle primarie, in particolare per l’affermazione dei “giovani turchi”, avrebbe reso il Pd meno ospitale verso la tradizione cattolico-democratica, spingendo una parte del suo elettorato potenziale verso le forze centriste che si stanno raccogliendo attorno all’agenda Monti? Pur essendo sostenuta con forza da un certo numero di commentatori, la tesi non è convincente. In questi giorni in cui sotto l’incerta guida di Mario Monti sembra aggregarsi un magma di forze politiche e sociali assai eterogeneo (dai finiani ai montezemoliani, passando per il fondatore di Sant’Egidio e per l’Udc), il tentativo di ricostruire una sorta di barriera ideologica tra cattolici e centrosinistra appare davvero forzato. È convinzione di chi scrive che, al contrario, il profilo progressivamente assunto dal Partito democratico sia molto congeniale a quella parte del mondo cattolico più attenta alla giustizia sociale e interessata a una visione alta della politica. Alcuni dei temi che ultimamente sono emersi in modo più netto, fino a delineare l’attuale fisionomia del Pd, dovrebbero essere visti come altrettante occasioni per completare quel processo di contaminazione reciproca da cui il Pd è nato.

Il primo terreno su cui misurare lo stato di avanzamento di questo processo è senza dubbio il giudizio sulla situazione economica. E’ evidente il rischio che la crisi possa essere utilizzata per smantellare il modello sociale europeo. Occorre invece continuare a garantire attraverso l’azione pubblica quei diritti sociali che sono alla base di una società giusta e capace di svilupparsi in modo equilibrato, ricostruire anche a livello sovranazionale una capacità di governo e regolamentazione dei mercati, garantire un’equa distribuzione delle risorse, riconoscere che il mercato del lavoro – per la sua natura di istituzione sociale – non può essere retto dalla sola logica concorrenziale. Universalismo e ruolo centrale del pubblico non escludono certo un’adeguata valorizzazione del terzo settore e una giusta considerazione della solida rete di relazioni familiari che caratterizza il contesto italiano, ma è fuor di dubbio che la direzione non possa essere quella del welfare minimale o residuale invocato da una certa tradizione liberale/liberista, magari ben nascosto dietro slogan accattivanti come quello della “big society” dei conservatori britannici.

Il secondo snodo su cui è agevole trovare una sintonia è la critica all’individualismo. Questa tocca vari aspetti: in primo luogo la valorizzazione del pluralismo sociale, a cominciare dal coinvolgimento delle parti sociali nelle scelte politiche di fondo e più in generale da una considerazione positiva delle forme di associazione, che una visione liberista tende invece a considerare ostacoli al pieno dispiegarsi delle forze di mercato. Corollario di questo approccio è anche il riconoscimento della legittimità di una dimensione pubblica della fede, che un’ottica individualista vorrebbe confinata alla sfera strettamente privata. Alla critica dell’individualismo è inoltre associata la centralità della nozione di responsabilità, nei confronti dell’altro e della comunità, potente antidoto a ogni assolutizzazione del diritto individuale inteso come mera rivendicazione.

Il terzo punto è quello dell’azione politica come legittima rappresentanza di parte. Una concezione contrapposta in primo luogo a un’idea di politica come pura tecnica di governo e meccanica decisionale, ma che implica anche la rinuncia a porsi come portatori di un astratto interesse generale o a coltivare improbabili equidistanze. Intendiamoci: non si tratta di immaginare un partito di classe o di rinunciare al perseguimento di un “bene comune”. Semmai di prendere atto della parzialità di ogni punto di vista e quindi del fatto che, anche nella ricerca del bene comune, non tutti i punti di vista sono equivalenti.

Pier Luigi Bersani ha espresso questo concetto in un recente confronto televisivo dicendo che avrebbe governato assumendo il punto di vista della figlia di una lavoratrice precaria. Non è certo un’idea nuova: quando la Bibbia fa riferimento all’orfano e alla vedova, non siamo solo di fronte a un invito all’azione caritativa, ma soprattutto all’indicazione della necessità di operare la giustizia assumendo il punto di vista della parte debole e indifesa della società. In questo, non siamo lontani dalle riflessioni del filosofo liberale John Rawls, che identifica come equa una società che assume come riferimento la posizione dell’individuo che sta peggio. Una politica di sinistra è quella che si fa carico dei bisogni di quella parte della società che necessita dell’azione collettiva (cioè della politica stessa) per accedere al benessere e alla sicurezza.

Il quarto snodo, inevitabile conseguenza di quanto sopra detto, riguarda infine le forme dell’azione politica, ovvero l’idea di partito e di competizione politica. Dunque: un’idea di politica come mediazione alta tra interessi più che come competizione tra élite; una rivalutazione della forma partito come luogo di elaborazione autonoma e come organizzazione capace di offrire rappresentanza a coloro che altrimenti non avrebbero le risorse economiche e di potere per far valere le proprie ragioni; una riscoperta del valore dell’agire collettivo rispetto al prevalere dell’individualità e della leadership.

Si può forse argomentare che la prospettiva indicata stia spostando a sinistra l’asse del Partito democratico. Se anche così fosse, non si vede perché questo dovrebbe essere un problema o un ostacolo. Su ciascuno di questi temi l’apporto originale e propositivo del cattolicesimo sociale e politico, almeno di quella parte che è interessata a inserirsi nel solco progressista, ha piena cittadinanza. È tuttavia necessario che chi ha qualcosa da dire e da offrire esca allo scoperto. Di fronte alla sfida posta da questa fase – una fase di vera e propria ridefinizione della cultura politica del centrosinistra italiano – sarebbe ben triste se i cattolici decidessero di giocare un ruolo puramente difensivo, puntando a ritagliarsi uno spazio minoritario entro una forza centrista o a presidiare il margine moderato del centrosinistra.

   
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