La democrazia dei ramponieri

Per capire lo spirito americano della democrazia (lo spirito democratico dell’America, e lo spirito con il quale gli americani praticano la democrazia) non c’è forse libro più indicato del “libro malvagio” di Melville: Moby Dick. Più della filosofia di Emerson, delle poesie di Whitman o dell’analisi di Tocqueville, più dei discorsi di Lincoln o di Kennedy, più delle canzoni di Springsteen o dei film di John Ford. E per fortuna anche più dei sermoni di qualche agitato telepredicatore. Apriamolo dunque il libro, al capitolo trentaquattro. La mensa. E’ mezzogiorno. All’annunzio del pranzo, il torvo capitano Achab scende in coperta. Solo dopo che è scomparso e più non si ode il suo passo scende di sotto il primo ufficiale; poi il secondo, poi il terzo. Al tavolo, il pranzo viene consumato nel più assoluto silenzio e secondo un inflessibile cerimoniale: prima si serve il capitano, poi il primo ufficiale, poi il secondo, poi il terzo. Così sempre, a ogni portata. All’inverso, alla fine del pranzo, è il terzo ufficiale a risalire per primo; poi il secondo, poi il primo. Infine Achab, libero di restare in cabina o di tornare sul ponte. Solo allora tocca ai ramponieri. E la scena muta. Nessuna formalità o cerimonia: “La completa, spensierata mancanza di remore, la disinvoltura e la democrazia fin eccessiva di quei compagni di grado inferiore, i ramponieri, era in strano contrasto con la soggezione a malapena tollerabile e gli indicibili e invisibili dispotismi propri della mensa del capitano”. Eccola, la democrazia americana, sedersi a tavola e mangiare sganasciandosi le mascelle dopo che la vecchia, teocratica Europa ha lasciato la cabina: una risma di uomini senza particolari soggezioni e libera da vincoli artificiosi, vitale e irriverente, insofferente verso ogni forma di servaggio o di subordinazione immotivata, schietta e spiccia nei modi, empirica e pragmatica, lucidamente interessata alla sostanza reale dei problemi, coraggiosa, sicura del fatto suo, aperta e fiduciosa in se stessa abbastanza da non dover star dietro a regole di comportamento meramente formalistiche, e da potersi affidare, nei rapporti fra pari, al naturale e spontaneo sentimento degli uomini. Ebbene, quanto e come questo spirito oggi soffia in America, all’indomani della rielezione di Bush? Il partito preso dell’antiamericanismo non vede in questa democrazia da ramponieri altro che aggressività e incultura. Nell’uomo di Nantucket , che “risiede e lotta” nello spazio aperto del mare, che “secondo le parole della Bibbia, scende a esso sulle navi e lo ara avanti e indietro come se fosse la sua piantagione privata”, vede nel migliore dei casi avventurismo; nel peggiore, imperialismo. In ogni caso mire egemoniche, politiche belliciste, egoismo sociale, il tutto magari fuso nella pericolosa retorica del destino manifesto della nazione. Ma soffi o no dove vuole, questo spirito è il medesimo che ha ispirato presidenti democratici come Wilson e Roosevelt, e pensatori come John Dewey. Si vada alle origini del pragmatismo, forse non “una” filosofia ma “la” filosofia americana, e si troverà ad esempio un Peirce, gran filosofo ma per la verità pessimo coniatore di parole, impegnato a inventare cose come l’agapasmo e l’agapasticismo (da agape, l’amore cristiano), pur di dare alla storia e alla politica, al pensiero e all’azione, un lievito religioso. Non v’è dubbio infatti che questo spirito sia uno spirito religioso. Ma questo significa forse riconoscersi in particolari chiese o gerarchie, e lasciare che la morale pubblica sia dettata da papi o reverendi, come se la democrazia avesse bisogno per stare in piedi della tutela di qualche Christian Coalition? O significa piuttosto che è frutto di superficialità considerare la democrazia come il regno della mera opinione? Quando si oppongono verità e opinione, non si fa che opporre possesso a possesso: io ho la verità (e dunque non ascolto nessun altra opinione); oppure: non abbiamo che opinioni (e dunque nessuno ha la verità). Ma la verità non è cosa che si possa “avere”. E la democrazia, che se ne convincano i suoi stessi fautori prima di farsi apostrofare come relativisti, soggettivisti, nichilisti, ha bisogno della verità più di ogni altro regime politico, che può supporre di esserne già in possesso (e può fare uso, e fa ampio uso, di superstizioni e menzogne di ogni tipo). La democrazia è interessata però non alla verità, ma all’evento della verità. Al cammino della verità, all’avvenire della verità. Al suo libero transito. Non si richiede dunque, per essere democratici, di rinunciare alla verità, ma di non rinunciare all’avvenire. Ed è forse da qui che la sinistra può ripartire, facendo tesoro della lezione elettorale senza spregiare l’America, ma senza neanche inseguirne le pulsioni più conservatrici. C’è tutta la religione di cui una democrazia può aver bisogno, nelle parole avvenire, libertà, speranza. E ce n’è abbastanza per vincere.

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