Fagianella ubriaca

Fu un’alba timida
a diradare il velo della notte
tra boschi umidi di rugiada
e di fruscii sopiti appena.
Lì Fagianella ricamava
i suoi giochi, di ramo in ramo,
tra lampi di gioia.
Ma echi di passi umani
irruppero nell’aria
e Fagianella si acquietò.
Fermo il respiro e inerti le ali.
Saliva dalla terra profumo
di rose selvatiche.
Bagliori di sole
ferivano alberi
con lame di luce.
La terra brulicava
di mille vite invisibili.
E il tiepido calore
lentamente andava
incontro al giorno appena nato.
Fagianella chiuse gli occhi.
Udì il tonfo del suo cuore.
Il prima e il dopo
di una vita inconsapevole
che disvela mille scrigni di memoria.
Mille viaggi
a inseguir piccole prede,
volando in labirinti di fogliame.
Mille agguati scampati
per furbizia o buona sorte.
Poi d’improvviso il vento muta.
Un niente l’ultima apertura d’ali.
Un niente del tempo e dello spazio.
Un niente quel rumore sghembo
di uno sparo
che l’eco come onda alla deriva
estende sperdendosi nella valle.
E dal fremito che precede
l’evento, Fagianella
ruba un sogno:
tornare nel cespuglio
del rosmarino in fiore
per cogliere un rametto
da stringere nel becco
quando si adagia
nell’ alcova del tegame
dal pepe solleticata
insieme al sale fino
e al succo di limone.
Coperta di pancetta
E di prosciutto
Si offre al vino bianco.
Alticcia quel tanto
Che la rende allegra
E or più sfacciata
Da pretendere con forza:
“Voglio liquor di Prugne
e di Genepy e ancora
liquor di Curacao!”
E non contenta
Reclama cognac
Scaldato e poi accesso
E poi stramazza ubriaca.
Un balsamo quella panna
Bianca e liquida
Che si colora di bruno.
Son pronti i palati
A svelare il mistero
Di un sogno rubato?

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