Il ritiro del campione pettinato

Mario Cipollini ha annunciato la settimana scorsa il suo ritiro dal ciclismo professionistico, a pochi giorni dall’inizio del Giro d’Italia. Volendone scrivere il “coccodrillo”, che cosa si può dire di lui che non sia già stato detto? Ad esempio, che è stato un ossimoro vivente: il prototipo del ciclista pigro. Sarà stata un po’ quella facilità disarmante con cui vinceva quando vinceva, ma l’idea che dava era quella di arrivare al traguardo pettinato. Per consolidare l’immagine, basta menzionare i suoi ritiri dai grandi giri: prevedibile come il Ferragosto, non appena arrivavano le montagne dure (fossero Alpi o Pirenei) il Nostro accusava improbabili malanni e indisposizioni e prendeva la via della Versilia, salvo poi farsi beccare più di una volta magari anche la sera stessa, lui il malato, a ballare e a fare la bella vita in qualche locale alla moda. Naturale che su un tipo così siano fiorite leggende come quella della sua abituale comparsa, il sabato o la domenica mattina durante la bella stagione, quando non fosse stato impegnato in gara da qualche parte in giro per il mondo, sulla sdraio di un noto stabilimento balneare di Forte dei Marmi di ritorno dall’allenamento, sigaretta in una mano e cocktail nell’altra, a torso nudo con la salopette da ciclista rimboccata fin sopra le anche e la bicicletta appoggiata al fusto dell’ombrellone. Se non vera, è certamente ben inventata. La qual cosa, forse, si può dire anche della sua carriera. “Il velocista più forte del mondo”, affermano in molti, quasi tutti. Mentre “il velocista più forte del mondo”, in sedici anni di carriera professionistica, raccoglieva qualche bel successo (una Sanremo, un Mondiale, tre Gand-Wevelgem, molte tappe al Giro e al Tour), altri velocisti, sicuramente meno dotati da madre natura e non supportati da squadre fanaticamente votate al loro servizio, entravano nella leggenda: Zabel, per dire, di Sanremo ne ha vinte quattro, ha conquistato per sei volte consecutive la maglia verde quale miglior sprinter del Tour de France, ha trionfato in una Coppa del Mondo, ha portato a casa otto prove di Coppa in tutto, tra le quali un’Amstel e una Parigi-Tours; Oscar Freire, il folletto spagnolo massacrato dal mal di schiena, ha vinto una Sanremo e la bellezza di tre Mondiali, e ha ancora cinque-sei stagioni davanti a sé. Per non parlare del giovane Boonen, capace in tre soli anni di professionismo di vincere volate di gruppo al Tour – sua la vittoria sugli Champs Elysées l’anno passato – e di inanellare già un Fiandre e una Roubaix. Però, a chiunque, esperto o profano, chiedeste chi sia stato negli ultimi vent’anni “il velocista più forte del mondo”, la risposta sarebbe quasi certamente: Cipollini. Uno, per dire, che Fiandre e Roubaix, gare da molti considerate perfettamente nelle sue corde e alla sua portata, non ha praticamente mai provato a correrle sul serio.
Il fatto è che Cipollini, almeno in una cosa, è stato davvero il più grande di tutti, e quando dico di tutti intendo proprio di tutti, persino più di Merckx: nel vendere se stesso, nel farsi pubblicità, nell’ottenere il massimo della visibilità con uno sforzo che non si può definire “minimo” solo perché il ciclismo è in ogni caso uno sport faticoso e doloroso. Diciamo: con uno sforzo molto inferiore al risultato mediatico conseguito.
In ciò Cipollini non solo è stato un maestro e un modello, ma ha anche fatto un gran bene a tutto il movimento ciclistico. La spettacolarità del ciclismo, il suo appeal in rialzo nelle ultime stagioni dopo qualche anno di declino, la sua diffusione tra le nuove leve devono molto alle tutine sgargianti di SuperMario, alle multe comminategli dalla direzione del Tour de France per “abbigliamento non regolamentare” pagate col sorriso a trentadue denti a favore di telecamera, al suo essere sempre pronto – con il raro dono di molta ironia, ma anche talvolta con toscanissima sanguigna supponenza – a commentare, a parafrasare, a far polemica, a non mandarla a dire all’ambiente, ai colleghi, alla stampa.
Cipollini è stato un campionissimo nel saper intuire ciò che il pubblico desiderava e, risparmiando su ciò che in tale logica ha ritenuto inessenziale, nel sapersi impegnare allo spasimo per offrirglielo, compreso quel tocco etico ed estetico esibito in occasione della tragica scomparsa di Pantani: i due si conoscevano, ovviamente, e probabilmente si stimavano, ma SuperMario seppe presentarsi come l’unico corridore che avesse intuito il baratro nero in cui il Pirata si stava infilando e avesse provato a fare qualcosa per salvarlo, il tutto accompagnato dall’ammissione di disperata modestia circa il non aver potuto o saputo fare abbastanza. Ora il Pirata, uomo sbagliato al momento sbagliato, non c’è più: quello sfigato di Baccini gli dedica una canzone e a Cesenatico si discute tra polemiche ingenerose se intitolargli un monumento. Mario Cipollini, adorabile miles gloriosus delle due ruote, è vivo e vegeto (e il dio del ciclismo ce lo conservi e gliene renda merito), e vedrete che, nonostante il ritiro, continuerà a starci mediaticamente tra i piedi e ad essere l’uomo giusto al momento giusto per molti anni a venire.

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