Il sanguinoso congresso del Ps

Le scosse del terremoto post-referendario, com’era ampiamente prevedibile, stanno colpendo duro e a fondo, sconvolgendo la geografia del Partito socialista francese, lasciando strascichi e allargando i solchi divisori di una formazione politica che da sempre si contraddistingue per una spiccata tendenza al frazionismo. Le famiglie correntizie hanno dissotterrato l’ascia di guerra e ora si sono davvero spalancate le porte sull’abisso del tutti contro tutti. Uno scenario da film horror, o per rimanere nella metafora cinematografica, da ultimi giorni del Titanic, con i capi storici del socialismo francese rifondato intenti a scannarsi e a danzare sulla prua di una nave che si inabissa (e di una nazione sempre più in crisi d’identità dopo lo scippo delle Olimpiadi da parte della Londra martoriata dalle canaglie del terrorismo jihadista e alqaedista).
Proviamo dunque a gettare uno sguardo a sommovimenti e smottamenti interni dei clan del Parti socialiste, una delle formazioni più gloriose (e tormentate, giustappunto) della storia della socialdemocrazia continentale, affetta da un’inguaribile propensione allo scissionismo, ma capace anche di momenti e fasi altissime. Il Ps riconosce, molto laicamente e correttamente, le correnti, senza moralistici farisaici appelli all’unità del partito che nascondono lo stato di fatto, come avviene in altre formazioni della sinistra europea (beninteso, ci piace l’unità, assai meno l’ipocrisia). E così, dopo la durissima batosta della vittoria “rosso-nera” e sovranista del No al referendum sul Trattato costituzionale approntato dalla Convenzione di Valéry Giscard d’Estaing e di Giuliano Amato, le correnti si sono scatenate, sovrapponendo nuovi motivi di frattura alle due rivalità storiche e tradizionali del socialismo francese del secondo Novecento: la contrapposizione tra François Mitterrand e Michel Rocard (1974-1981) e la lotta tra Lionel Jospin e l’oggi redivivo (e piuttosto in forze, dato l’esito referendario) Laurent Fabius (1988-1995).
Dopo la drammatica espulsione dei fabiusardi del No dalla direzione, imposta con durezza dal segretario François Hollande che ha visto naufragare, in seguito alla sconfitta, buona parte delle sue personali chance di candidatura alle presidenziali del 2007 (da cui la comprensibile incazzatura), a quattro mesi dal congresso del partito, che si terrà con ogni probabilità a Mans, l’articolazione interna del Ps si presenta siffatta: la maggioranza, allineata (sempre meno compattamente) dietro il “primo segretario nazionale”, si compone della pattuglia hollandiana e di tutte le “ali destre” del partito, Socialisme et Démocratie (il gruppone – una sorta di “grande centro” – composto dagli ex jospinian-rocardiani Dominique Strauss-Kahn, Pierre Moscovici, Jean-Christophe Cambadèlis e Alain Richard) e “Gauche moderne” (Jean-Marie Bockel), con le truppe di complemento – di sinistra – di Martine Aubry (alla guida di Réformer). L’opposizione, che ha visto il salto della quaglia dell’ex destro Fabius, schiera invece – tutti a sinistra – i gruppi Nouveau Monde di Henri Emmanuelli (l’ex tesoriere del partito nonché punta di diamante dei “socialisti del no”) e Jean-Luc Mélenchon e Nouveau Parti socialiste di Arnaud Montebourg, Vincent Peillon, Christian Paul e Benoît Hamon.
Singolare la parabola dell’ex ministro delle Finanze (e nemico giurato) di Jospin, Dominique Strauss-Kahn, comprensibile solamente alla luce della posta in gioco fondamentale del recente referendum sulla cosiddetta “costituzione europea”, ovvero le ambizioni individuali dei capi del Ps, tutti indistintamente anelanti a divenire presidentiables nella prossima corsa all’Eliseo. Fabius, ex idolo dei social-liberali e della precedente Revue socialiste (un tempo maggiormente liberal), tra i pochi vessilli del riformismo transalpino (termine, ahinoi, sotto la perenne ipoteca di una radicata diffidenza nella cultura della gauche), Blair à la française (e uomo di notevole autocompiacimento, quando non alterigia), si è trovato a compiere una svolta a 180 gradi, che l’ha portato a braccetto di José Bové e della sua versione demagogico-agricola dell’altermondialismo.
Anche in Francia, lanciata da Mélenchon, si è avviata recentemente la discussione sulle deux gauches – ma la linea ufficiale del Ps respinge recisamente che vi sia, persino lontanamente, l’ipotesi di una divisione e di un allontanamento dalla linea maestra del grande rassemblement e del fronte unitario. Fabius, malignamente, insinua che Hollande e i suoi si preparino al “tradimento” e al cambio delle alleanze. Che succederà? Le bocce sono vorticosamente in movimento; prepariamoci a un congresso acceso e allo scorrimento del sangue, rosso e rosa. Si prepara la notte dei lunghi coltelli. Speriamo solo che rimanga un po’ di buon senso per non regalare nuovamente la Francia alla destra.

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