Benedetto XVI e la forma del mondo

Un passo prima di approdare al sapere assoluto, la coscienza che percorre i gradi di formazione dello spirito è impegnata con la sua manifestazione nella forma della religione. Non è un impegno da poco: gli ci vogliono ottantotto pagine (nella classica traduzione italiana a cura di Enrico De Negri) per fare esperienza della religione naturale, poi della religione artistica, infine della religione rivelata – cioè del cristianesimo. A fronte di così tante pagine, stanno le scarne paginette sullo spirito assoluto (diciotto), quelle per colpa delle quali nei manuali scolastici Hegel fa la figura del presuntuoso. Che per sapere tutto assolutamente bastino così poche pagine lascia però di stucco, tanto più che in quelle pagine non c’è scritto granché: quanto a contenuti storici e teoretici, tutte le pagine che precedono sono di gran lunga più ricche, più sostanziose. E allora, come si spiega la cosa?
In poche parole si potrebbe spiegare così: la filosofia non è che il sapere di ciò che è, più il sapere di questo sapere. Rispetto all’esperienza che l’uomo fa del mondo nelle forme dell’azione, della conoscenza, dell’arte o della religione, la filosofia non è che quel più. Che appunto è di più, ma non quanto al contenuto, bensì soltanto quanto alla forma: il sapere assoluto è solo una pellicola di consapevolezza in più.
Ovviamente, il filosofo deve porsi pure il problema di come si formi questa consapevolezza, e perciò scrive la Fenomenologia dello Spirito – che è l’opera di cui stiamo parlando, avviata da Hegel giusto nell’autunno di duecento anni fa. Abituati però come siamo a pensare che l’oggetto e il sapere dell’oggetto non si sfiorino neppure (e come faccia il sapere a sapere l’oggetto rimane allora un mistero) non ci troviamo a nostro agio all’idea che invece una cosa è impastata dell’altra, che dunque un sapere non è solo sapere dell’oggetto, ma anche sapere che dall’oggetto, cioè dal mondo, proviene. Di fronte alla pretesa hegeliana del sapere assoluto la facciamo perciò facile: pensiamo che solo la megalomania di un filosofo poteva spingere qualcuno a pensare di afferrare il tutto, e lasciamo perdere. D’altronde, non è la prima volta che Hegel fa la figura del cane morto. E invece Hegel ha la domanda giusta – che è: da quale mondo proviene il sapere assoluto, e quale mondo è il contenuto del suo sapere?
Ma oggi, a cosa ci serve questa domanda? Vediamo. All’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica, il Papa ha detto che è possibile “coniugare, nel 2000, scienza e fede”, a patto che “il criterio di razionalità non sia dato esclusivamente dalla dimostrabilità mediante l’esperimento”. A questo patto, è possibile recuperare “la sintesi armonica tra fede e ragione raggiunta da San Tommaso d’Aquino”, anche se essa “è contestata purtroppo da correnti importanti della filosofia moderna”. E siamo al punto: perché a contestare la sintesi armonica non è la filosofia moderna, ma sono le disarmonie del mondo. E’ il mondo stesso, non (soltanto) la filosofia. Fosse soltanto la perspicacia intellettuale di qualche spregiudicato filosofo, non sarebbe poi questa gran contestazione. Ma in realtà la contestazione è ben più radicale, e viene dal mondo stesso. L’ultima volta che il mondo s’è raccolto in una sintesi, che aveva la forma del concetto e il contenuto della religione, è stato appunto con Hegel. La religione è infatti, nelle ottantotto pagine che Hegel vi dedica, una figura di mondo, non soltanto una figura della coscienza individuale (una fede privata): è anzi il mondo com’è assolutamente, cioè: senza altri mondi o frantumi di mondi intorno, poiché solo la storia che la religione cristiana racconta ha consentito all’uomo di non smarrirsi fra i mille soli dell’universo, e la babele delle molte lingue degli uomini; solo così il mondo umano ha potuto essere il mondo – non solo uno fra i tanti, o la somma slogata di tanti pezzi. Con il titolo di assoluto, Hegel dunque non millantava credito per il sapere filosofico: assoluta è la modalità del sapere dacché e finché il mondo è uno, e il mondo è uno finché è la religione a raccontarlo.
È per questo che le parole di Ratzinger (e la sintesi armonica) giungono fuori tempo massimo: non perché non riesce più di dimostrare l’esistenza di Dio, e gli scienziati hanno questa fissa degli esperimenti, ma perché la religione non dà più forma al mondo. Lo ha confessato la scorsa settimana lo stesso cardinal Ruini: “Noi vorremmo che temi come il rapporto tra Dio e l’uomo e l’escatologia fossero centrali, ma sfuggono al dibattito pubblico, non vengono raccolti, mentre si parla con insistenza dei temi etici per tutti più visibili. Invece queste tematiche sono confinate nel Magistero della Chiesa e nel quotidiano restano riservate e silenziose”. Ruini non vede che il parlare con insistenza è proprio il contraccolpo dialettico di quel più angosciante silenzio. La massiccia presenza pubblica sui temi etici è così solo l’eco (a volte risentita) di una più fondamentale “privatezza” dei temi autenticamente religiosi. E privatezza significa proprio che, comunque stiano le cose quanto al bisogno di spiritualità oggi – che esso sia davvero in aumento, come si dice, oppure no – in un caso e nell’altro la religione non è più una figura di mondo.

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