La mutazione incompiuta del pallone

Lo scandalo del calcio è come una partita di shangai. Più lo si guarda, più appare intricato e difficile da dipanare. Da un lato il generalizzato codardo oltraggio cui è sottoposto l’ex uomo più potente del calcio italiano ce lo rende umanamente gradevole come mai lo è stato quando era in auge. E la massiccia dose di moralismo che viene dispensata, da parte di quegli stessi che non perdono tempo a spartirsi le spoglie della Juventus, si tratti di scudetti da appuntarsi al petto o di giocatori da acquistare a prezzi di saldo, non fa che acuire questo senso di simpatia. Per tacere dell’ombra di sospetto che fino a qualche settimana fa sembrava scendere su chiunque avesse avuto contatti con Moggi o con la Gea, vale a dire semplicemente chiunque, nel calcio italiano.
D’altra parte per come è congegnato il codice di giustizia sportiva, l’illecito sportivo individuato dalla Caf ha sostanza. E poco importa che non ci sia la prova di una specifica partita comprata. L’articolo 6 del codice di giustizia sportiva punisce il mero tentativo di addomesticare i risultati, non solo il fatto compiuto. Il fatto che in passato altre situazioni siano state sanate in maniera per così dire amichevole, come nel caso dei passaporti facili per gli extracomunitari, può essere casomai motivo di scandalo per il passato, e non una giustificazione per il presente. Ci sono obiezioni fondate, sul piano giuridico e procedurale, al modo in cui vengono regolati i procedimenti disciplinari della giustizia sportiva, ma va ricordato che si tratta di un insieme di norme – incluse quelle che definiscono le procedure di accertamento – alle quali i tesserati hanno scelto liberamente di assoggettarsi. Non solo nessuno finisce in galera – e ci mancherebbe altro – ma ciascun “imputato” può scegliere in qualunque momento, insindacabilmente, di sottrarsi al giudizio con le dimissioni, come ha fatto il designatore Bergamo.
Se un’associazione siffatta non piace, libero ciascuno di farsene un’altra con regole più acconce. La storia sportiva è piena di scismi per le questioni più varie, anche in epoche insospettabili. Nel 1895 ventuno club inglesi si separarono dalla Rugby Football Union, dopo il rifiuto di questa di ammettere la possibilità di rimborsi spese per i giocatori, formando quella che sarebbe diventata la Rugby Football League, dando vita a un gioco che col tempo si è differenziato dal progenitore in moltissime regole, a cominciare dal numero dei giocatori. Questo vale sia per gli sconcertati fustigati di oggi, che considerano “inaudite” le sentenze ricevute, sia per gli ipocriti fustigatori di ieri, le cui intemerate si esaurivano con una certa rapidità (come la Fiorentina di Della Valle riesca a essere in entrambe le categorie è mistero degno di approfondimento).
Marco Beccaria osserva giustamente – qui – che la struttura del calcio italiano (e all’interno di questa la giustizia sportiva) è stata pensata e modellata su uno sport profondamente, e irreversibilmente, diverso da quello attuale. E che sarebbe segno di ingenuità o di malafede non tenerne conto, anche ammesso che tale antica età dell’oro sia effettivamente esistita. A questo proposito consiglieremmo ai tanti aedi del calcio dilettantistico e pulito di farsi un giro in una sezione di provincia dell’Associazione italiana arbitri e passare un pomeriggio in compagnia di qualche giovane arbitro che li segue, i campionati dilettanti, per avere un’idea precisa del concetto di fair play proprio delle competizioni non ancora corrotte dal denaro. Resta però da capire se Moggi, inteso come simbolo di una categoria, sia l’elemento rivoluzionario che mette in crisi una società in disgregazione, portando con sé l’onda violenta del progresso, o se sia invece lui stesso un prodotto mutante di questa società in disgregazione. Resta da capire cioè se la degenerazione clientelare, ci si passi l’espressione, che è finita davanti alla Caf sia dovuta a un calcio che si è fatto troppo business, o viceversa, come noi crediamo, a un calcio che si è fatto business ancora non compiutamente, e quindi manchi degli strumenti, delle professionalità e anche delle regole adatte al suo sviluppo. La questione è cruciale per capire cosa succederà da qui in avanti. Sul piano prettamente sportivo l’eliminazione del lupo cattivo toglie infatti dal campo gli alibi che gli eterni secondi (o terzi, o quarti) potevano comodamente sciorinare per giustificare le proprie sconfitte, costringendoli ad assumere, una volta per tutte, le proprie responsabilità. E questo sarà un bel corso intensivo di cultura sportiva. Se improvvisamente ci troveremo un campionato in cui i risultati del campo verranno accettati senza batter ciglio, riconoscendo le sconfitte con sportivi applausi al vincitore, allora la testa di Moggi non sarà rotolata invano. Diversamente, come ammoniva nei giorni scorsi Giraudo, ci vorrà poco per trovare un nuovo villain su cui sfogare le proprie frustrazioni.
Sul piano organizzativo, invece, il lavacro purificatore della Caf può portare ad affrontare molti nodi inevasi del calcio. Lo status professionale degli arbitri per esempio, o perché quasi nessuno voglia il sorteggio integrale (l’unica soluzione che sottrae completamente la scelta del direttore di gara alla discrezionalità dei designatori), o perché ancora la Lega non debba avere, accanto a un presidente espressione dei soci, un amministratore delegato manager per la gestione operativa. Gli auspici purtroppo non sono dei migliori, basti pensare alla diversa ma egualmente grande faccia tosta con la quale Berlusconi prima e Moratti poi hanno chiesto l’assegnazione dello scudetto scucito dalle maglie della Juventus. Se quel che prevale sarà, da parte delle società di A superstiti, la volontà di rivincita verso torti subiti, veri o presunti, il risultato a medio termine sarà solo un’occasione persa. E non tarderemo a ritrovarci nella stessa situazione in cui ci troviamo oggi.

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