Come uscire dalla crisi del ’92

Ci piace immaginare che il governatore della Banca d’Olanda, qualche giorno fa, abbia chiamato l’amministratore delegato di Abn Amro per preannunciargli l’intervento con cui avrebbe difeso a spada tratta l’olandesità del suo istituto. Ci piace immaginare che la risposta di Groenink sia stata un’esclamazione di entusiasmo tipicamente fiamminga, che in italiano potremmo tradurre approssimativamente con “ti bacerei in fronte”. Ci piace immaginarlo, ma non lo sapremo mai. Nessuno dei due, infatti, era intercettato.
Quello che è accaduto in questi anni in Italia, comprese le ragioni profonde dell’attuale crisi del governo Prodi, poco ha a che fare con la politica italiana. Così come poco aveva a che fare con il rispetto della legge e delle regole del mercato, a suo tempo, la campagna di stampa contro il governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio. Esaltato come un maestro e come un’autentica autorità morale e teologica quando più che mai avrebbe dovuto essere criticato, quindi linciato sulla pubblica piazza per avere difeso il principio di italianità delle banche e il suo amico banchiere Gianpiero Fiorani, con gran dispetto degli olandesi di Abn Amro. Queste banali constatazioni, però, non servono a giustificare il fatto che da anni la politica italiana poco ha a che fare con l’Italia.
Nella crisi che in questi giorni ha portato alle dimissioni di Romano Prodi molti fili si sono improvvisamente intrecciati. Le spiegazioni unilaterali non aiutano a districarli. La coazione a ripetere di un certo giornalismo politico da retroscena non aiuta a capire quello che sta accadendo. I segnali del temporale che si avvicina non mancano: su tutti i principali quotidiani, dal Corriere della sera al Sole 24 Ore, la danza della pioggia è cominciata da tempo. Ma non è questo il momento di abbandonarsi alle teorie della cospirazione.
La crisi italiana cominciata negli anni Novanta è ancora in pieno corso. La sua rappresentazione come tassa imposta da un sistema politico corrotto a una società civile e a un sistema economico sani e virtuosi è palesemente falsa e strumentale. Se questa rappresentazione ha potuto affermarsi pressoché incontrastata, però, la ragione sta nella debolezza della politica. La ragione sta nell’incapacità dei partiti di elaborare una lettura autonoma della crisi e delle sue cause profonde. Prendersela con i sostenitori di quella rappresentazione senza nulla dire di chi ha lasciato loro campo libero, magari nell’illusione di poter volgere quella campagna a proprio vantaggio, sarebbe un comportamento simile a quello del pugile suonato che se la prende con gli altri pugili: se quei maledetti non si accanissero contro di me, a quest’ora sarei campione del mondo.
La necessità di farsi promotori di una riforma della politica, a sinistra, non nasce dall’acquiescenza verso la campagna di delegittimazione dei partiti che da quindici anni riempie i giornali. Al contrario, nasce dalla necessità di fornire una risposta autonoma e diversa alla crisi italiana, per non esserne definitivamente travolti. Il Partito democratico serve a questo, altrimenti non serve a niente.

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