Matteo Renzi.

Post Pd ergo propter Pd

In un episodio di West Wing, durante una riunione nella sala ovale, si finisce a parlare del senso dell’umorismo del presidente Bartlet. La portavoce C.J. sostiene che una sua battuta abbia contribuito a fargli perdere il Texas, sia nelle primarie che nelle elezioni presidenziali. Bartlet le risponde che sulla sua lapide ci sarà scritto: «Post hoc ergo propter hoc». Dopo un momento di imbarazzo sulla traduzione, Bartlet le spiega che la frase significa «dopo questo, e perciò a causa di questo»: quella diffusa deformazione logica per cui la semplice successione temporale appare indizio sufficiente per stabilire un nesso di causa-effetto. Lega e Movimento 5 Stelle non formano un governo insieme perché il Partito democratico ha rifiutato il ruolo di badante democratica dei cinquestelle, o di psicanalista in grado di rimuovere un subconscio populista-reazionario, rivelando la natura progressista del movimento. Lega e Movimento 5 Stelle fanno un governo insieme perché sono partiti perfettamente complementari, uniti da radici comuni – populismo, antieuropeismo, sovranismo – e con un elettorato speculare su diverse questioni. Sono il nostro trumpismo, nato dalla sintesi clorofilliana di due movimenti antisistema, che avevano affinità evidenti già in campagna elettorale, e che oggi hanno solo rimosso gli ostacoli che gli impedivano di incontrarsi. Si poteva evitare? Certo. Si potevano vincere le elezioni. Si poteva contrastare l’ossessione securitaria e nazionalista che si sta diffondendo in tutta Europa. Ma pensare che a farlo dovesse essere un solo partito politico è una visione scollegata dalla realtà. Nessuno festeggia per la prospettiva del peggior governo della storia repubblicana, come nessuno festeggia quando azzecca una diagnosi infausta. Ma non abbiamo perso il Texas per una battuta.

   
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