L’outing della Cgil

Forse con l’andar del tempo il fatto più rilevante della politica italiana del 2003 si rivelerà proprio la vertenza dei tranvieri, soprattutto per la sinistra. La prudenza con cui tanti hanno di fatto giustificato la scelta di mettersi fuori dalla legalità sembra indicare che agli scioperi selvaggi dovremo fare l’abitudine: l’impatto che quella scelta ha avuto sull’opinione pubblica ha premiato i lavoratori ed è fin troppo facile prevedere che altre categorie ne seguiranno l’esempio. Per il sindacato, e in particolare per la Cgil, non è certo una buona notizia. D’altra parte gli ultimi dieci anni sono per il sindacato la storia di una lunga fuga dalla necessità di riformare se stesso. Durante i governi dell’Ulivo fu la leadership del centrosinistra a nasconderne le difficoltà riconoscendogli ope legis quel ruolo di rappresentanza che stava perdendo sul campo. Così facendo la sinistra pagò un prezzo alto, rinunciando ad accompagnare all’introduzione della flessibilità un radicale ripensamento del sistema di welfare. E sacrificando alla base sociale del sindacato buona parte del proprio potenziale bacino elettorale. La concertazione era salva, e con essa l’autorevolezza delle confederazioni; ma una parte sempre maggiore del mondo del lavoro si trovava senza interlocutori politici e sindacali a dover affrontare una “riforma a metà”, in cui solo il lavoro era diventato flessibile, mentre il sistema di protezione sociale era rimasto rigidamente identico a prima.
La vittoria della Casa delle libertà, favorita anche da queste scelte, ha privato il sindacato di quella sponda politica, e posto fine all’era della concertazione. Ma l’attacco all’articolo 18 e il tentativo di dividere le confederazioni sul Patto per l’Italia, pur producendo gravi danni nelle relazioni sociali, ha aperto alla Cgil spazi politici enormi. Cofferati ha sfruttato abilmente l’occasione, tentando di risolvere la crisi di rappresentanza del sindacato attraverso la politicizzazione della sua iniziativa; l’obiettivo nemmeno troppo velato era quello di dettare l’agenda all’opposizione parlamentare, per poi sostituirne i gruppi dirigenti. La scorciatoia si è rivelata per una fase non breve di indubbia efficacia e sorprendente è stata la capacità della Cgil di mobilitare intorno ad obiettivi simbolici un pezzo di società ben più ampio del suo blocco sociale di riferimento. Il consenso però non si fondava più sul riconoscimento di una funzione nella tutela dei propri interessi. Si era invece trasformato in legame politico, per sua natura ben più fragile e transitorio. A tutto questo si aggiungeva poi la consunzione degli strumenti rivendicativi, che lo stesso Panzeri ha recentemente riconosciuto nella “difficoltà a colmare la divaricazione tra rivendicazioni e obiettivi raggiunti”.
Con il tramonto della leadership di Cofferati, la Cgil si trova oggi a fare i conti con la propria crisi, presa nella tenaglia tra la crescente tensione sociale e l’aperta ostilità del governo. La Cgil è dunque di fronte ad un bivio: rassegnarsi a diventare organo di rappresentanza dei lavoratori più tutelati o sporcarsi le mani ripensando se stessa, il suo ruolo e i suoi strumenti, per meglio corrispondere alle esigenze di un mondo del lavoro assai più ampio. Un po’ come l’Ulivo, come il partito riformista e come qualsiasi cosa si voglia ancora chiamare sinistra o centrosinistra in questo paese.

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