Sei soldati, il basco della globalizzazione

Come i migliori film di Hitchcock o i romanzi brevi di Stephen King, Sei soldati (Nottetempo) è un racconto perfetto, lievemente inquietante e rigorosamente costruito. Una sorta di giallo diviso in sei parti, in cui a turno uno dei protagonisti narra la sua parte di storia. E con essa, naturalmente, una parte di sé. Scritto dal basco Bernardo Atxaga, è un racconto nel quale si intrecciano la militanza politica e l’antimilitarismo, l’emarginazione e la malvagità, senza mai cadere nella retorica dei buoni sentimenti o della scrittura politicamente (e magari “nazionalisticamente”) impegnata. La struttura narrativa è stata scelta per caso, come ha candidamente confessato lo scrittore con una di quelle sue dichiarazioni soavemente iconoclaste: El Pais voleva un racconto da pubblicare in sei puntate, così gli serviva una storia che si potesse interrompere cinque volte. La bellezza del libro sta semplicemente nella capacità di raccontare una storia, costruendo un meccanismo ad orologeria di cui il lettore, direbbe Poe, non riesce mai ad intravedere gli ingranaggi. Non sono poche del resto le somiglianze tra l’autore di Filosofia della Composizione, il saggio in cui Poe descriveva passo per passo il rigoroso procedimento logico attraverso il quale aveva creato la sua poesia più famosa, e l’autore di Come scrivere un racconto in cinque minuti, nel quale Atxaga ne costruisce uno nuovo sotto gli occhi sbigottiti del lettore. Inutile decantarne dunque la purezza e la ricercatezza dello stile, anche perché Bernardo Atxaga scrive in euskera, per poi tradurre se stesso in un castigliano nemmeno eccelso. Ma il suo successo internazionale non è dovuto all’estro dei traduttori costretti a confrontarsi con le legnose edizioni spagnole. Si tratti di racconti, romanzi o poesie, non c’è traduttore che potrebbe deturparli, perché al di là di qualsiasi considerazione sullo stile, grattate via le bucce che gli intellettuali si divertono a fare alle parole e al loro semplice significato, quello che resta è l’intuizione poetica (o narrativa). A dimostrazione del fatto che anche nell’arte, nonostante tutti gli sproloqui idealistici, quello che conta sono le idee. Non a caso Bernardo Atxaga è innanzi tutto un autore di libri per ragazzi. E non dovrebbe stupire che in tempi di globalizzazione e di auto-emarginazione della cultura “alta” dai grandi canali di comunicazione con la società, l’arte della narrazione si conservi intatta proprio laddove è nata, dove cioè ha mantenuto la sua originaria funzione sociale: nelle storie capaci di “affabulare” gli uomini, facendoli tornare bambini, come nel caso dell’iper-globalizzato Harry Potter. Tanto da far conoscere anche in Italia un semplice gioiello come Sei soldati, scritto per una comunità ostile ad ogni intromissione della modernità e del mondo, da un ex professore di euskera.

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