Il partito della competition

Il nuovo anno della politica italiana è stato inaugurato dagli interventi dei leader del centrosinistra. In ordine di apparizione: Prodi, Fassino, D’Alema, Parisi, Veltroni. A tenere banco è ancora la questione dell’ingresso di Di Pietro e Occhetto nella lista unitaria. Non è tema irrilevante, perché dalla presenza dell’ex pm si capirà se alle europee si presenterà un cartello elettorale destinato a sciogliersi il giorno dopo, o l’embrione di un futuro partito riformista. E’ su questo che si sta giocando la partita dei leader, come del resto si era capito già a luglio, quando all’intervista di Prodi (più vaga) seguì quella di D’Alema, che orientava decisamente il progetto verso la costruzione del nuovo partito. Lo stesso schema si è ripetuto in questo inizio d’anno, ma la novità è rappresentata dall’intervento di Parisi, che pur essendo da sempre ostile all’ingresso di Di Pietro, ha spiegato che un partito riformista in Italia non ci sarà mai, perché c’è già l’Ulivo. E’ difficile dire come andrà a finire, sembra però di fare un salto indietro di diversi anni: stessi protagonisti, stesso posizionamento, stessa prospettiva di un lento logoramento reciproco all’insegna del vecchio adagio prodiano “competition is competition”. E già questo non è un buon segno, se è vero che allora la competizione tra le forze del centrosinistra si risolse nella vittoria di Berlusconi. Noi su cosa sarebbe più utile per la sinistra e per l’Italia abbiamo un’opinione semplice semplice: triciclo oggi, partito domani. E sentirci dire che così non sarà mai ci irrita parecchio. Soprattutto se avviene in nome di un Ulivo che, come soggetto politico (id est: partito) semplicemente non esiste, e non esisterà mai.

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