La piccola patria di Frodo Baggins

La Via prosegue senza fine / Lungi dall’uscio dal quale parte. / Ora la Via è fuggita avanti, / Devo inseguirla ad ogni costo / Rincorrendola con piedi alati / Sin all’incrocio con una più larga / Dove si uniscono piste e sentieri. / E poi dove andrò? Nessuno lo sa.”
La strada del capolavoro di John Ronald Reuel Tolkien, Il signore degli anelli, è fuggita avanti ancora una volta, incrociando i sentieri delle grandi produzioni cinematografiche americane nella trilogia che in Italia si concluderà il 22 gennaio, con Il ritorno del re. A rileggerla oggi, sembra incredibile che la storia di Frodo Baggins abbia potuto essere considerata poco meno che un’apologia del nazismo. Eppure ancora un anno fa, quando usciva nelle sale il secondo episodio della trilogia, si è tornati a sentire un’eco di quelle polemiche. Nell’America sconvolta dall’11 settembre, si è parlato nuovamente della mitologia nordica e del “mondo di assoluti” tolkieniano come celebrazione della guerra, funzionale alla propaganda dell’Amministrazione Bush contro l’Asse del male.
Il protagonista è un hobbit, una specie di nano pacifico e grassoccio, la cui principale caratteristica “razziale” sta nei grandi piedi pelosi. Non è il biondo guerriero dell’epica germanica, bello e invincibile. E’ un pacifico piccolo proprietario, senza nessun desiderio di gloria, salvo quella che ci si può procurare in una gara di bevute o eccellendo nell’arte del raccontare storie davanti al caminetto. E’ il figlio dei valori, dei costumi e degli orizzonti di un piccolo mondo britannico minacciato dal progresso e dall’irrompere della storia nella sua tranquilla vita da gentiluomo di campagna. Ma il vecchio mago Gandalf sconvolge per sempre quella tranquillità: la grande guerra si avvicina e travolgerà ogni cosa. A scatenarla è l’Oscuro signore, ansioso di riavere il prezioso anello magico che renderà certa la sua vittoria. L’anello del potere è però un’arma a doppio taglio e non può essere usato contro di lui: corrompe l’animo, rende schiava la volontà e conduce chi lo indossi tra le braccia del suo legittimo proprietario. Dunque non resta che distruggerlo. E quell’anello potente e terribile si trova in casa Baggins.
L’eroe tolkieniano non ha dunque alcuna volontà di potenza, ma solo una gran paura. Venuto casualmente in possesso di un tesoro che non desidera, è costretto a mettersi in viaggio per disfarsene piuttosto che per appropriarsene. Per distruggerlo dovrà però abbandonare la sua casa e spingersi nel regno dell’Oscuro signore. La salvezza del mondo intero dipende dunque da questo piccolo proprietario di provincia, perché la purezza del suo animo lo rende meglio capace di resistere alle tentazioni dell’anello magico (la volontà di potenza, appunto). Lo accompagneranno i migliori guerrieri dei popoli liberi, riuniti in una coalizione di tutte le razze: nani, uomini ed elfi. Ultimi esponenti di aristocrazie decadute, testimoni di un universo di valori minacciato dalla nuova guerra, che dovranno superare reciproci pregiudizi e odii antichissimi per difendere il cammino del “piccolo borghese” Frodo Baggins.
E pensare che la causa di tutto questo è il perfido Gollum, un ragazzo trasformato dall’anello in un piccolo mostro omicida. E’ per colpa sua che ora il nemico minaccia la contea, e nel sentire queste parole Frodo non ha più dubbi: “Che peccato che Bilbo (il suo patrigno) non abbia trafitto con la spada quella vile e ignobile creatura quando ne ebbe l’occasione!”. Ma la severa risposta di Gandalf lo fa tornare in sé: “Peccato? Ma fu la Pietà a fermargli la mano… molti tra i vivi meritano la morte. E parecchi che sono morti avrebbero meritato la vita. Sei forse tu in grado di dargliela?”. E poi quel miserabile essere ha ancora una parte da recitare in questa storia, prosegue Gandalf, “e quando l’ora giungerà, la pietà di Bilbo potrebbe cambiare il corso di molti destini”.
Sarebbe facile accostare il piccolo, grasso, conservatore Frodo Baggins ad un altro eroe dell’Inghilterra degli anni Quaranta. E individuare nella pietà di Bilbo quel muro di una superiore civiltà contro cui si sarebbero infrante le ondate nazifasciste dell’Europa in fiamme. Volendo invece attualizzare ad ogni costo, se ne potrebbe ricavare una lezione per l’Amministrazione Bush nella sua lotta contro l’oscuro Osama Bin Laden. Ma forse l’unica lezione che se ne può trarre oggi, di fronte al successo globale e americano della sua (mega) riproduzione cinematografica, sta invece nella risposta di quei prìncipi decaduti, dinanzi alle minacce della modernità e del progresso tecnico scientifico (l’anello magico). Nella capacità di non arroccarsi in difesa dei loro remoti rifugi, nei boschi o nelle miniere, ma di mettersi insieme in cammino, per affermare quei valori in forme nuove. Consapevoli che la via dell’umanità proseguirà, certo lungi dall’uscio della propria casa, ma senza per questo sprofondare nell’Apocalisse. Certo incontrerà piste e sentieri diversi, ma il suo destino in ultima analisi sarà determinato da se stessa e dalle scelte, sempre nuove ad ogni nuovo incrocio, che deciderà di compiere. E poi dove andrà? Nessuno lo sa.

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