Come divenire ottimisti per il 13 giugno

L’ insediamento di Luca Cordero di Montezemolo alla guida di Confindustria ha coinciso con la morte di Umberto Agnelli, anche se un patto tra i mezzi di informazione (salvo il Giorno) e la famiglia ha fatto slittare di ventiquattrore la seconda notizia. Si trattava però di una coincidenza significativa, tanto più dopo la clamorosa nomina del neopresidente degli industriali al vertice della Fiat. Una coincidenza che disegna un quadro preciso al cui interno è possibile leggere nitidamente le scelte che si prospettano alle diverse forze politiche di questo paese in piena crisi industriale, alla vigilia della visita di Bush e delle manifestazioni del 2 e del 4 giugno, a due settimane dalle elezioni europee, mentre la leadership ormai declinante del capo del governo sembra incapace di tenere insieme alcuna alleanza politica e sociale. Nel suo discorso di insediamento Montezemolo ha fatto appello all’unità delle forze migliori del paese, allo spirito di squadra e alla concertazione. A nessuno è sfuggito l’evidente richiamo al presidente Ciampi e la distanza dal collateralismo filoberlusconiano di D’Amato. I molti elogi che hanno salutato il discorso del neopresidente, dai sindacati alla Banca d’Italia alle forze politiche di entrambi gli schieramenti, non sono stati unanimi e non è un caso: a fare eccezione sono stati Berlusconi, Tremonti e la Lega. Quell’asse del Nord che non rappresenta affatto una novità degli ultimi anni, semmai un ritorno alle origini dell’alleanza politica e sociale su cui il leader di Forza Italia costruì la sua scalata al potere. Quell’asse del Nord oggi tanto isolato da non riuscire a riempire nemmeno la platea del cosiddetto congresso di Forza Italia, rappresentava allora la risposta di una parte consistente del paese e dei suoi gruppi dirigenti all’asse della nuova solidarietà nazionale nato con la crisi del ‘92. Uno scenario che è forse opportuno ricordare oggi, per evitare di ripetere gli stessi errori commessi allora, e allora forse inevitabili, oggi certamente no.
Dinanzi alla crisi finanziaria, all’uscita della lira dallo Sme e al concreto rischio di bancarotta del paese, le forze che solo anni dopo avrebbero dato vita al centrosinistra si unirono in un grandioso sforzo di unità nazionale: occorreva tirare fuori l’Italia da una fase di emergenza economica senza scatenare un conflitto sociale incontrollabile, occorreva farlo con misure di bilancio che avrebbero imposto pesantissimi sacrifici ai lavoratori e ai ceti medi, occorreva farlo subito e con il massimo di consenso possibile, proprio nel momento in cui tutti i partiti di governo venivano investiti dalle inchieste di Mani Pulite e in cui più bassa era dunque la loro legittimazione e capacità di leadership. Una fase di emergenza democratica cui le forze migliori del paese risposero stringendo un’alleanza che di fatto andava dal Pds alla Banca d’Italia di Carlo Azeglio Ciampi, da Amato ai sindacati. A fare uscire il paese da quella stretta contribuirono le pesantissime finanziarie del governo guidato dal Dottor Sottile e successivamente gli accordi sulla politica dei redditi sottoscritti dalle tre confederazioni con il governo Ciampi. Contribuì l’opposizione morbida al primo e l’aperto sostegno al secondo del Pds. Nasce allora quel metodo Ciampi, fatto di concertazione economica, unità nazionale e spirito di squadra, cui Montezemolo ha fatto più volte riferimento nel suo discorso. Allora si delinea l’alleanza che solo nel ‘96 assumerà forma politica compiuta con l’Ulivo e il centrosinistra: dinanzi all’emergenza democratica del ‘94, quella di Berlusconi, nascerà infatti una coalizione che assomiglierà a un grande Istituto per la ricostruzione politica. Da una parte l’homo novus, la Lega Nord e il vecchio Msi, cioè gli esclusi e i contestatori del sistema politico della Prima Repubblica, dall’altra una sorta di nuovo compromesso storico, gli eredi di tutte le grandi tradizioni politiche del paese.
A dieci anni dalla crisi finanziaria del ‘92 e da Mani pulite, quando il declino di Berlusconi è accompagnato dalla crisi industriale che il decennio intercorso aveva come congelato ma che pure ne è la logica e inevitabile conseguenza, giova ricordare che quella partita l’Asse del Nord non l’ha mai persa. La vittoria dell’Ulivo nel ‘96 fu data dalla divisione degli avversari, che proprio allora raccolsero separatamente il massimo dei loro consensi, raggiungendo la maggioranza assoluta nel paese. Pertanto l’isolamento di Berlusconi e della Lega, la svolta nella Confindustria, il nuovo clima che si respira già oggi non devono indurre la sinistra a ripetere quell’esperienza. Nonostante le difficoltà di una situazione internazionale che alimenta le tensioni all’interno, lo spettro del declino economico e lo stato preoccupante della maggioranza di governo, non siamo di fronte a una nuova emergenza nazionale. Il richiamo di Montezemolo a Ciampi e allo spirito di squadra non va interpretato in questo senso, perché il 2004 non è il 1992 e non deve esserlo.
A indurci all’ottimismo è innanzi tutto una solida differenza sul piano politico. Si chiama lista Uniti nell’Ulivo. Il suo successo può aprire le porte alla costruzione di una grande forza politica riformista, o per essere più espliciti a un partito riformista, che scongiuri il rischio di una nuova fase emergenziale in cui le scelte strategiche del paese vengano nuovamente sottratte al potere politico. Il futuro del bipolarismo e dell’unico sistema che ha permesso agli italiani di scegliere direttamente chi mandare al governo e chi all’opposizione, che ha garantito per la prima volta una normale alternanza in Italia, è legato alla sorte del partito riformista tanto quanto il destino di quest’ultimo è legato al futuro del maggioritario. Per questo dire che alle elezioni europee del 13 giugno si vota anche tra ritorno al passato e investimento sul futuro non è solo una vuota formula retorica, ma corrisponde abbastanza precisamente al valore della posta in gioco.

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