Alcune domande per Nicola Rossi

L’ intervento di Nicola Rossi al convegno di LibertàEguale ha fatto e farà ancora discutere a lungo, perché in quel discorso l’economista ha detto molte verità. Il declino del paese è una di queste e se il presidente della Confindustria ha deciso di bandire il termine dal proprio vocabolario, raccogliendo così un antico appello del capo dello stato, nessuno può illudersi che tale pudica omissione basti ad allontanarne lo spettro. Bene ha fatto dunque a evocarlo Nicola Rossi, in tutta l’implacabile oggettività delle cifre che ha snocciolato dinanzi ai presenti. E bene ha fatto a dire che il declino, che c’è, viene da lontano. Per intenderci, da molto più lontano del governo Berlusconi. A nostro giudizio, le responsabilità del centrosinistra stanno a quelle della Casa delle libertà come l’omissione di soccorso sta all’omicidio premeditato, ma ci sono tutte. E pienamente condivisibile ci pare anche il severo giudizio dell’economista sull’ipertrofia riformatrice che ha contribuito non poco alla situazione in cui ci troviamo, pretendendo a ogni cambio di governo di riscrivere ex novo condizioni e strumenti del patto tra cittadini e pubblica amministrazione, dallo stato sociale al fisco, dalla sanità alla scuola. A tutto questo occorre porre un freno, Nicola Rossi ha ragione da vendere. L’unica riforma necessaria e improcrastinabile è dunque il ricambio dei gruppi dirigenti, perché idee nuove chiamano persone nuove. Benissimo. Ci viene però una domanda: come si dovrebbe costruire concretamente la condizione di possibilità del ricambio auspicato? Quale strada occorre percorrere, in quale direzione muoversi da domani, da oggi stesso, perché il nostro non resti soltanto un auspicio? A meno che non si voglia procedere attraverso concorsi pubblici, provini televisivi o gare di abilità a premi, l’unica strada che noi vediamo all’orizzonte è quella su cui ci siamo incamminati già da diversi mesi. Quale altra potrebbe essere, se non la fusione dei tre principali partiti del centrosinistra in un unico soggetto riformista, nel quale si rimescolino e si riorganizzino in modo più razionale le esperienze e le forze autenticamente riformiste? Da dove altro dovrebbero venire i nuovi gruppi dirigenti? Dai girotondi, dal sindacato, dalla Confindustria? I partiti non si inventano e i gruppi dirigenti non nascono sotto i cavoli, ma si forgiano nel fuoco della battaglia politica. E’ la dinamica dello scontro a operare da selezione naturale, a separare il grano dal loglio, a riunire i simili con i simili, a unificare e dividere secondo l’unico metro accettato in una democrazia: il consenso. Lo stesso che distingue il Professore che fa politica dal professore che fa accademia.

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