Il sogno di un Sessantotto cristiano

Diceva qualcuno che non si mantiene il potere necessariamente con gli stessi uomini con cui lo si è conquistato. E’ presto per sapere se George W. Bush si mostrerà dello stesso avviso, ma le analisi successive al voto per le presidenziali confermano la capacità di mobilitazione del richiamo ai valori lanciato dai repubblicani. Una scossa che ha acceso la fantasia di mille dottor Stranafede su entrambe le sponde dell’Atlantico, pronti a indicare, nella rivolta degli stati del sud contro i liberal decadenti della costa e nella rivoluzione dell’America rurale contro gli intellettuali di Berkeley, l’onda lunga di un nuovo Sessantotto cristiano. Un movimento profondo che del Sessantotto vorrebbe cancellare ogni traccia e che non a caso si sovrappone a quel movimento neoconservatore che fonda le sue premesse ideologiche nell’idea di uno scontro di civiltà in corso dall’11 settembre. Nel campo occidentale, il neotradizionalismo cristiano fa leva sul nemico esterno per affermare la propria egemonia allo stesso modo in cui il fondamentalismo rafforza la sua presa, ben oltre i paesi arabi, proponendosi come unico reale antagonista di quei valori e di quella civiltà. Entrambi si riconoscono di fatto come legittimi rappresentanti del proprio campo. Entrambi predicano come unica via di salvezza la riaffermazione della propria identità e l’abbandono del relativismo portato dalla modernità, che fiacca lo spirito dei popoli e ne indebolisce la fede.
La reale minaccia rappresentata dal terrorismo globale non è in discussione. In discussione è la scelta di farne discendere lo stato di guerra dell’Occidente. La compressione dei diritti civili, il ritorno agli autentici valori patriottici e alla diffidenza, per non dire incitamento all’odio, nei confronti di ogni pensiero non conformista. Il ritorno alla logica delle quinte colonne, del tradimento e della caccia alle streghe che ha già fatto la sua comparsa tanto nei confronti degli oppositori interni quanto nelle campagne nazionaliste contro alleati refrattari agli ordini. Nella stessa campagna elettorale americana, non a caso, i democratici sono stati definiti spregiativamente “francesi”. Siamo sicuri che in questa accusa vi fosse soltanto il riferimento all’opposizione di Chirac alla guerra irachena? Non vi risuonava anche una ben più antica eco di mollezze parigine, artisti decadenti e donne di facili costumi, eterni simboli della corruzione morale frutto della società del commercio, del capitalismo e della democrazia?
Ma proprio nella Spagna dei Re Cattolici il governo socialista sembra raccogliere un ampio consenso sia in politica estera, quando ritira le truppe dall’Iraq, sia nel campo dei diritti civili, con le leggi sui matrimoni gay. Lo stesso accade nella Francia di Carlo Magno, unita attorno a Chirac tanto nell’opposizione alla guerra quanto nell’orgogliosa riaffermazione della laicità dello stato. Ma è soprattutto nell’Italia della Chiesa cattolica che non sembra probabile possano fare proseliti i cantori della nuova cristianizzazione. Non solo perché Giuliano Ferrara non è Karl Rove e Buttiglione non è Bush. Il naturale bersaglio di ogni pensiero neotradizionalista sono per definizione i ministri del culto tradizionale, le chiese e le gerarchie consolidate. Ciò non toglie, naturalmente, che i rivoluzionari possano essere in un secondo momento “costituzionalizzati”, come la Chiesa fece con gli ordini monastici medievali. Ma non è un caso che i nuovi ardenti cristiani vengano dall’America protestante e dalle sue mille confessioni, sette e movimenti religiosi indisponibili a qualsiasi mediazione nel loro rapporto con Dio. Il loro stesso ardore militante, quell’ansia di evangelizzazione che ne fa un così potente strumento politico, nasce dal loro percepirsi e rappresentarsi come minoranza accerchiata e spesso sopraffatta dal corso della storia e dal senso comune. E’ un sentire che in Italia si può ritrovare nella mistica militante di un Antonio Socci, non certo nei rutilanti salotti di Bruno Vespa. La differenza di influenza e indice di ascolto tra i due spiega meglio di ogni sondaggio le scarse possibilità di penetrazione di una propaganda teo-con nel nostro paese. Un grande Movimento italiano genitori che volesse falcidiare la programmazione mediaset (in primo luogo) e rai (in secondo) perderebbe ogni confronto contro Pietro Taricone e i suoi epigoni. Perché sono lui e gli spettatori che in lui si identificano l’equivalente italiano di quell’America profonda con cui i democratici della costa non hanno saputo parlare. E’ da quella Italia che è stato eletto Silvio Berlusconi e sono le televisioni di Berlusconi che hanno cresciuto sin dalla culla Pietro Taricone e i suoi spettatori.
Il muro di Berlino è caduto sotto molti e diversi colpi, compresi quelli della televisione, ma che andavano tutti nella stessa direzione. Dopo avere vittoriosamente cavalcato lo spirito del tempo, una parte della destra vorrebbe ora ricacciarlo nella lampada insieme al suo genio. Alla sinistra si aprono dunque praterie sconfinate, purché non si lasci trascinare nella trappola di un altro scontro di civiltà, opponendo al fondamentalismo teo-con uno speculare e ugualmente minoritario radicalismo. Questo è invece il momento di aprirsi e di raccogliere attorno ai suoi intellettuali da West Coast tutti i Pietro Taricone e i Costantino dell’Italia profonda, con tutte le vallette e ballerine che non vogliono indossare il burqa né essere lapidate per il loro ultimo calendario, né vedere modificata la legge sull’aborto o sottratto il loro diritto a fare tutto il possibile per evitare ai loro figli malattie e sofferenze. La sinistra può farcela, perché nell’era di internet e del telefono cellulare, della chirurgia plastica e dei miracoli della scienza dei trapianti, l’idea del progresso tecnico come ribellione dell’uomo contro Dio è destinata alla sconfitta. Può farcela perché dopo la rivoluzione liberista e l’esaltazione dell’individualismo portate avanti con successo dai suoi avversari sin dagli anni Ottanta, non deve fare altro che tirare le ultime conseguenze della loro stessa propaganda. Lo slogan è semplice: la libertà è indivisibile. E dalle macerie di un muro abbattuto non è possibile costruirne un altro.

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