La reinvenzione del passato a fumetti

Se da ragazzini leggevate i fumetti, Sky Captain and the World of Tomorrow è il film che fa per voi. Se da ragazzini vi divertivate a costruire modellini, Sky Captain and the World of Tomorrow è il film che fa per voi. Se siete cresciuti guardando Supergulp o i vecchi cartoni in semianimazione della Marvel, come sopra.
Se invece non avete mai aperto la scatola di montaggio di quel Curtiss P40 che lo zio vi regalò a dieci anni e non sapete la differenza tra Superman, Batman e l’uomo mascherato, vi consigliamo di fare lo stesso un salto al cinema, perché ne avrete in cambio un paio d’ore di puro divertimento.
Sky Captain and the World of Tomorrow è la più perfetta sintesi che si sia mai vista tra film e fumetto. Girato interamente in blue screen con le scenografie realizzate a posteriori, fa apparire ogni fotogramma la pagina di un albo della “golden age” degli anni Quaranta o, se preferite, una tavola di un cartone di Max Fleischer (una delle innumerevoli fonti del film).
Qualcosa di simile come ambientazione e atmosfera si era vista con il Rocketeer di Joe Johnson (1991), ma i tredici anni che separano il primo film da Sky Captain non sono trascorsi invano.
Paradossalmente questa simbiosi di immagine disegnata e di cinepresa non nasce da un fumetto di carta, ma è un’idea originale concepita per il cinema. Il gioco è assolutamente scoperto, al punto che uno dei poster del film era realizzato come la copertina di un albo con tanto di prezzo in alto a sinistra (dieci centesimi).
La trama è quanto di più tipico si possa immaginare e se amate il gioco delle citazioni potreste restare al cinema tutto il giorno e trovarne sempre delle nuove. Un sito di fan su internet ha contato una cinquantina di riferimenti, ma ne abbiamo trovati un’altra manciata dopo una sola visione: da Metropolis a Matrix, dai Predatori dell’arca perduta ad A.I., dal Superman di Fleischer di cui si è detto ai fumetti Marvel, alla Guerra dei Mondi, a Guerre Stellari e perfino a Cime Tempestose e al Mago di Oz.
Nella New York tra gli anni Trenta e Quaranta, dei misteriosi robot giganti oscurano il cielo seguiti da inquietanti velivoli ad ala battente, la cui silhouette ricorda i moderni bombardieri stealth B2, e a difendere la città viene prontamente chiamato Joe Sullivan, alias Sky Captain (Jude Law).
A bordo di un Curtiss P40 decisamente ricco di risorse (diciamo più o meno come l’auto di un agente segreto britannico), Joe interviene prontamente sotto gli occhi di Polly Perkins (Gwyneth Paltrow). Polly è un’intraprendente giornalista che ha imparato da Lois Lane come una vera professionista debba avere due cose: una messa in piega perfetta e l’iniziale ripetuta in nome e cognome.
Il cattivo ovviamente ha un nome tedesco (Totenkopf, testa di morto), il nostro eroe ha una base segreta il cui hangar è un ripostiglio delle meraviglie, e un compagno genio dell’ingegneria nonché accanito lettore di Buck Rogers (Giovanni Ribisi).
Sulle tracce del misterioso Totenkopf (e della sua ancor più misteriosa aiutante) i nostri si ritrovano in Asia e ricevono l’essenziale aiuto di una base segreta volante guidata da un soldato con una benda su un occhio (questa è per i più abili) di nome Frankie, che si rivela essere una donna (Angelina Jolie). Ma la sorpresa più grande è dopo la fine del film: Totenkopf è “interpretato” da Sir Laurence Olivier, e appare regolarmente nei titoli, a mostrarci che nel cinema contemporaneo la differenza tra virtuale e reale è più labile di quella tra disegni e fotografia.

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