Anatra brasata all’arancia

Non era stato più lo stesso da quella sera in cui, rientrando a casa, entrarono con lui le luci delle finestre della casa di fronte. Camilla abitava proprio lì, dall’altra parte della strada, ma lui non era riuscito mai a incontrarla. L’aveva vista l’ultima e unica volta quella sera alla mostra di fotografia e l’aveva aiutata a trascrivere la ricetta dell’Orata al profumo di Sedano e Pistacchio, che qualcuno o qualcuna le dettava al telefonino. Si erano accorti di abitare uno di fronte all’altra, o meglio glielo fece notare Camilla, perché lui non se ne era mai reso conto.
Poi più nulla. Solo un vuoto che Manuel riempiva ogni giorno di piccole fantasie.
Ma quando il ricordo di quel volto e di quella figura un po’ strana si andava affievolendo, all’improvviso si ripropose con la stessa prorompente invadenza della prima volta.
Suonò il campanello mentre Manuel era sotto la doccia e suonò così insistentemente che Manuel si impigliò nell’accappatoio e andò ad aprire scivolando e picchiando la testa contro la porta.
Camilla si abbatté come un temporale dentro quella casa. Piangeva e parlava tra i singhiozzi che non erano pause ma punti esclamativi e punti interrogativi che non reclamavano stupore o risposte. Agli occhi di Manuel una vera forza della natura impossibile da fronteggiare, tanto valeva lasciarsi travolgere e assorbire da quella furia con la faccia un po’ ebete di chi cerca invano di decifrare l’indecifrabile.
Se ne andò quasi subito con lo stesso impatto di come era arrivata. Solo che prima di uscire si rigirò di scatto e prendendo tra le mani il volto di Manuel lo baciò sulla fronte, ma sarebbe meglio dire che raccolse con le labbra la goccia di sangue dalla piccola ferita che Manuel si era procurato sbattendo contro la porta.
Cercò di riaversi dallo stordimento mettendo in fila tutte le cose che credeva di aver capito in quell’incontro imprevisto e insperato. La ragazza voleva mangiare con lui, proprio lì, a casa di Manuel, ma prima doveva passare da un’amica e poi da un’altra parte e poi sarebbe arrivata alle otto portando il gelato.
Manuel aveva detto di sì a tutto mentre guardava quegli occhi grandi e quelle mani che gesticolavano riavviandosi di continuo i capelli. Non si azzardava ad andare più giù del mento come se avesse paura che quella testa potesse poggiare su di un corpo che non le corrispondesse. Adesso che era rimasto da solo si sentì un osservato speciale. Mille occhi lo scrutavano sornioni.
Se la rideva l’anatra posizionata nella parte bassa del frigorifero. Era certa che sarebbe stata la prescelta per quella serata che doveva essere tanto speciale. Non le sembrava di avere concorrenza sebbene l’avocado, maturo al punto giusto, occhieggiasse divertito verso gli scampi, che facevano finta di dormire, adagiati su un fianco.
Si era stabilito un clima quasi surreale. Le spezie sorridevano e parevano rinvigorire il loro profumo. Sprigionavano ardore smodato. Eleganti nel porgersi. Ammiccanti al limite della sfacciataggine. Afrodisiache come certo la serata richiedeva.
Ma il tempo non consentiva a Manuel divagazioni leziose. Bisognava decidere subito e l’anatra brasata all’arancia vinse la scommessa.
Un piacere remoto e incontrollabile si impossessò di Manuel. Si liberò dell’accappatoio e si vestì in un lampo. Mise Anatra sul tavolo di cucina e girò all’intorno lo sguardo divertito. Era salito sul palcoscenico e doveva fare i conti con lo sghignazzare della compagnia. Ridevano tutti. Ognuno conosceva alla perfezione il proprio ruolo. Manuel aveva insegnato loro l’allegria. Pepe e Sale si strofinavano dentro e fuori procurando solletico ad Anatra e Spago la placò stringendola fra le sue braccia. Una specie di placcaggio per poi farla cadere rotolando nel tegame alto con dentro Burro. Sfrigola Anatra. Il suo calore produce altro grasso che poi si butterà. Si diverte Manuel. Il suo umore è alle stelle. Non pensa perché se pensasse cadrebbe nel delirio di mille ricordi. Tornerebbero altre storie che se ne sono già andate perfino dai ricordi e perché quel che conta adesso è scoprire cosa ci fanno le luci di quelle finestre dentro la sua testa e perché lo fanno sentire così leggero che deve guardarsi ogni tanto in uno specchio per capire se è sempre lui quel Manuel che sbuccia le arance e taglia a striscioline la corteccia e spreme il succo dentro un pentolino e lo mette da parte.
Ma sì, è proprio lui che adesso sta parlando ad Anatra mentre la solleva dalla schiuma del tegame e la adagia su un letto di carta oleata e la tiene al caldo, mentre filtra in un’altra pentola il fondo di cottura. Si arresta di colpo come folgorato da un’apparizione: non è Anatra che sta sollevando dalla schiuma ma Afrodite, dea dell’amore, divina bellezza sensuale che nacque dalla schiuma di tutti gli oceani e lui, novello Adone, la prende per mano e la fa entrare nell’Olimpo, dove gli dei sussurrano meraviglie al suo passaggio.
Non ha paura Manuel che si bruci il fondo di cottura, che diventi una voragine di tenebre senza tempo né spazio dove la Notte genera mostri i cui nomi sono Destino, Morte, Discordia, Vecchiaia. Pigmalione con la sua Anatra Eburnea non teme sciagure.
L’allegra compagnia gli gira intorno, un mare di facce in un labirinto di specchi: Aceto, Zucchero, Spremuta di Arancia, Estratto di Carne rianimano il Fondo di Cottura per quindici minuti e poi tutti insieme a spintonarsi per far parte della Commedia dell’Arte più alta che è la Commedia di Manuel. Chiodo di Garofano e Bacca di Ginepro fanno argine all’ingresso nel Fondo di Cottura dei tumultuosi aventi diritto: una presa di Sale, una spolverata di Pepe Bianco e poi, in misura eguale di mezzo bicchierino, liquore di Prugne, Curaçao, liquore di Albicocca, Gran Marnier, Irish Mist.
Manuel non cerca neppure di districarsi da quell’abbraccio avvolgente di cui si sente ormai parte come se egli stesso fosse sceso nel fondo di cottura a dirigere una incredibile orchestra i cui strumenti non producono suoni ma sapori, sapori che si propagano nelle navate di quell’immensa cattedrale sotterranea.
Ci siamo. Anatra è pronta, discinta, leggiadra a raccogliere su di sé questa ondata di piacere. La Salsa la ricopre, così le fette di Arancia tenute in caldo.
Cade il silenzio. Un Bordeaux di Saint-Emilion cerca di primeggiare col suo abboccato. I piatti vuoti guardano impazienti verso Manuel. Le posate sono
ferme ma sembrano avere un’aria aggressiva. I bicchieri, la tovaglia, le sedie, i quadri alle pareti, tutti interrogano Manuel. E lui vorrebbe dire:
cosa posso farci io, professore universitario in pensione, se il tempo dell’illusione è svanito? Ma non fa in tempo perché il suono del campanello gli irradia il volto di un sorriso speciale. Lentamente va verso la porta, si volta, strizza l’occhio ad Anatra e Anatra ricambia, complice e lasciva.

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