Lumache di nonna Clorinda

Sapevano di non poter correre, ma quando si accorsero che la pioggia era cessata le fresche dormienti sgusciarono fuori a inseguire il profumo delle erbe. Erano state a lungo barricate nei loro gusci nel tepore di un sonno profondo. E nel frattempo erano diventate grandi. Più belle ora, più morbide di prima, più vanitose roteavano le piccole antenne dinoccolando il corpo come esperte danzatrici. Conoscevano la ragione per cui alcune bocche si torcevano al solo nominarle e reagivano con elegante seduzione e raffinati ammiccamenti. Quel naturale tapis roulant su cui scivolavano, bianco ma non troppo, anzi leggermente opaco e schiumoso, era il loro peccato originale. Qualche volta certo avevano pensato che non era giusto essere discriminate. In fondo tutte le donne della terra avevano commesso il peccato originale, ma davanti all’erba cipollina selvatica ogni pensiero buio si dileguava. Così quando finirono nella cesta di nonna Clorinda, che le aveva inseguite una per una fin dentro il bosco, si sentirono baciate dalla fortuna. In quella cesta stretta e alta non si sentirono prigioniere, ma libere di salire sempre più su, per poi cadere verso il fondo e ricominciare a salire lentamente, purgandosi di tutti i loro peccati. E quell’angelo di nonna non aveva lesinato loro la migliore medicina rigeneratrice: quella mentuccia dei miracoli che le rendeva caste dopo solo tre giorni e tre notti. Sparita come d’incanto l’innominabile bava, ora apparivano fresche e leziose. Le loro carni invitavano al piacere. Ubriacate in due bicchieri di aceto e in un pugno di sale grosso, strapazzate più volte fino a provocare in loro il desiderio di uscire dal guscio e unirsi tutte insieme in una folle orgia, interrotta però da un getto d’aqua fredda che stordiva, facendole addormentare e risvegliare poco dopo. Risvegliandosi nel tepore dell’acqua, e il calore aumentava fino a dar loro una rovente pace dei sensi. Quindi immerse nell’olio fumante, dove un aglio intero munito di tutta la sua armatura la faceva da padrone, principe stallone (sebbene castrato) che avvinghiava una ad una le gaudenti lumachine, inebriandole con il suo irresistibile profumo acre. Partecipava anche il rosmarino, verde e dal profumo gradevole, sbriciolato a inseguire l’aglio per attenuare la sua furia insaziabile. Ed ecco infine tornare la calma. I pomodori entrano scortati da pugnetti di foglioline di nepitella e il trionfo dei profumi dopo un’ora di cottura fa declamare a nonna Clorinda: “Quattro giorni di lavoro, ma alzi la mano chi ha il coraggio di dire che il film era troppo lungo”.

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