Guerrieri

La questione dell’ingresso della Turchia nell’Unione europea non è così semplice come molti fautori del sì e del no tendono a sostenere.
Noi stiamo dalla parte del sì, convinti che a imporre l’allargamento sia innanzi tutto la necessità di consolidare e legare all’Europa (e all’occidente) l’unico esperimento pienamente riuscito di democrazia “islamica”. Dall’altra parte, però, noi che siamo anche a favore di un’Europa politica, non possiamo non vedere come questa scelta renda assai improbabile un’evoluzione dell’Unione in tal senso. Dopo l’allargamento a Est e con l’ingresso della Turchia – non a caso ben visto dagli americani – l’Europa diverrebbe poco più di una grande zona di libero scambio, una comunità aperta che avrebbe comunque un’importanza storica e un ruolo positivo negli equilibri internazionali, ma che ben difficilmente quegli equilibri potrebbe in alcun modo concorrere a determinare. Innanzi tutto perché incapace di determinare in modo univoco la propria volontà: la ragnatela dei diversi interessi nazionali ne imprigionerebbe, probabilmente per sempre, ogni velleità di nuovo grande attore globale. Divisi e incerti come eravamo, abbiamo dunque accolto con sollievo le notizie sulla manifestazione leghista contro l’ingresso della Turchia nell’Ue.
Ascoltando Calderoli e compagni invocare nuove battaglie di Vienna in nome delle radici cristiane, paventando il pericolo dell’invasione islamica e del terrorismo come tanti altri devoti cantori dello scontro di civiltà, abbiamo capito anche noi qual era il nostro posto in questo scontro. Dalla parte della civiltà, ovviamente.