Don Chisciotte e le radici d’Europa

Modesta proposta: e se mettessimo Don Chisciotte, il cavaliere dalla triste figura, nelle radici o nello stemma araldico d’Europa? Se accanto alla Gerusalemme dei rotoli della Legge, all’Atene dei filosofi e alla Roma repubblicana e imperiale mettessimo anche quel tal villaggio della Mancha, il cui nome non conosciamo perché l’autore non se lo ricorda, ma dove un hidalgo secco e asciutto, e piuttosto male in arnese – “uno di quei cavalieri con una lancia nella rastrelliera, un antico scudo, un magro ronzino e un levriero da caccia” – si dedicava alla lettura dei libri di cavalleria con tanto gusto e così appassionatamente, da farsi venire “la più stravagante idea che mai abbia avuto pazzo al mondo”, e cioè quella di “farsi cavaliere errante”, e andarsene per il mondo in cerca di “onore e fama eterna”, con in testa un catino da barbiere e al fianco un povero villico basso e tondeggiante, che se ne andava in groppa a un mulo “come un patriarca”?
Corre infatti il quattrocentesimo anniversario della pubblicazione del romanzo. La prima edizione de El ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha fu stampata a Madrid tra il 20 dicembre 1604 e il 16 gennaio 1605. La seconda parte apparve nel novembre del 1615, e lì l’ingenioso caballero, sconfitto dal cavaliere della Bianca Luna, metterà fine alle sue stralunate avventure per ritornare a casa e morire, non senza essere nel frattempo rinsavito. Un anno dopo, vecchio e malato, morirà anche il suo autore, Miguel de Cervantes, la cui esistenza fu anch’essa abbastanza avventurosa: visse a Madrid, poi a Roma; partecipò alla battaglia navale di Lepanto contro i Turchi (saranno contenti quelli che non vogliono la Turchia in Europa, e lottano contro il Mostro islamico!); fu ferito e mal curato; visse cinque anni in prigionia, nella roccaforte ottomana di Algeri; uscì dietro pagamento di un forte riscatto; si dedicò al teatro; ebbe un’intensa relazione sentimentale con un’attrice, e una figlia (ma sposò poi una nobildonna); esattore fiscale, finì in carcere per bancarotta; ne uscì; accusato di omicidio, fu mandato assolto; legato al conte di Lemos, quando questi divenne viceré di Napoli, non gli fu dato di seguirlo, e le sue affannose aspirazioni di carriera furono definitivamente frustrate. E in mezzo a tante vicende, scrisse commedie, romanzi pastorali, novelle picaresche, poemetti satirici, e ovviamente, il Don Chisciotte. Che allo sfaccendato lettore, in uno strambo e riluttante prologo, presenta “come un giunco marino, spoglio d’invenzione, misero di stile, scarso di concetti, mancante di ogni erudizione e dottrina, senza postille al margine, e senz’annotazioni al fine del libro, di che vedo ricche le altre opere, tuttoché favolose e profane, e zeppe di sentenze di Aristotele, di Platone, e di tutto lo sciame dei filosofi”.
Questo libro sghembo, la Spagna si appresta a celebrare quest’anno in pompa magna, con apposita commissione, e il calendario delle manifestazioni è già assai fitto. Madrid, Dallas, Città del Messico, Parigi, Bruxelles, Oran, San Pietroburgo, per fare qualche nome, ospiteranno esposizioni e congressi, dibattiti e concerti, tutti dedicati alla figura di Don Chisciotte – che se il cavaliere avesse volto girarle tutte in sella al suo valoroso Ronzinante non sarebbe bastata una terza parte del romanzo per raccontarlo.
Ora che abbiamo formulato la proposta, dobbiamo però dare la motivazione. Che, veramente, è ovvia. Perché non si tratta solo di fortuna critica o letteraria. Con il Don Chisciotte nasce il romanzo moderno, quel genere di libro, cioè, che può divertirci o darci da pensare, o coinvolgerci fino alla più totale immedesimazione, ma che – a differenze di altri generi di Libri, più maiuscoli – non ha mai chiesto che si ammazzasse in suo nome. E non lo ha fatto per una buonissima ragione, che dovremmo far nostra: l’ironia. Quell’ironia che non consente solo di scambiare per mostri dei mulini a vento o di fare di una giovane contadinotta, Aldonza, una splendida dama, Dulcinea, ma di scrivere e prendere le distanze da ciò che si scrive, e mescolare idealismo (del cavaliere) e materialismo (di Sancio Panza), e poi variare le prospettive, e modificare i registri narrativi, e prendersi gioco della stessa figura dell’autore, e addirittura, con la più spericolata e moderna delle mosse letterarie, dare a Chisciano, divenuto Chisciotte, la possibilità di leggere nella seconda parte del romanzo le sue stesse avventure narrate nella prima!
È questa ironia, arma preziosa contro ogni genere di cipiglio, intellettuale o politico, morale o religioso, che permette pure, non sorprenda il balzo, di lanciare (ieri, ad Amman, e fino al prossimo 21 luglio: ne dà notizia l’Istituto Cervantes, e pure noi) un concorso internazionale (Libia, Siria, Egitto, Giordania i paesi coinvolti) per l’illustrazione della versione araba del romanzo, già tradotta da Abd El-Rahman Badawi, e in via di riedizione con la supervisione di un docente di lingua araba e di un accademico spagnolo. Auguri al vincitore. Come si vede, armati del Don Chisciotte, un Islam moderato lo si può incontrare.

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