Filosofia del discorso presidenziale

Si può chiedere un po’ di pazienza ai lettori? Quella che segue, vuole essere un’interpretazione filosofica tascabile del discorso che George W. Bush ha tenuto in occasione del suo insediamento per il secondo mandato alla presidenza degli Stati Uniti. Discorso che ha suscitato clamore per i suoi forti accenti ideali. Qualche esempio: “La migliore speranza per la pace nel mondo è l’espansione della libertà in tutto il mondo”; “la politica degli Stati Uniti è ricercare e sostenere la crescita dei movimenti e delle istituzioni democratiche in ogni nazione e cultura, con l’obiettivo ultimo della fine della tirannia nel mondo”; “la scelta morale è tra l’oppressione, sempre sbagliata, e la libertà, eternamente giusta”; “non c’è giustizia senza libertà, e non ci possono essere diritti umani senza libertà umana”; “tutti coloro che vivono nella tirannia e nella disperazione sappiano: gli Stati Uniti non ignoreranno la vostra oppressione, né giustificheranno i vostri oppressori”. La gran parte dei commentatori si è esercitata anzitutto sul credito che simili parole meriterebbero: sarà poi vero che sono queste le reali intenzioni di Bush? Quanto sono queste parole coerenti rispetto ai comportamenti? La lotta contro la tirannia comprende anche i paesi che degli Usa sono alleati, tipo l’Arabia, o il cui peso geopolitico potrebbe consigliare prudenza, tipo la Cina? Solo parole, s’è detto, ed è vero, ma va pure considerato che qualunque discorso Bush avesse tenuto, difficilmente avrebbe potuto consistere in altro che in parole.
Che in politica, peraltro, hanno il loro peso. Si potrebbe infatti domandare: siamo proprio sicuri che avremmo preferito un Presidente che, prestando giuramento, avesse parlato non come Wilson, ma come Monroe, e avesse detto: ognuno per sé, e che Dio ce la mandi buona? (Qualunque discorso Bush avesse tenuto, avrebbe nominato Dio, questo è certo. E di questa forte tinta religiosa dell’orizzonte ideale della democrazia americana si è detta preoccupata un’attenta osservatrice come Peggy Noonan).
Ciò detto, sul piano sul quale vogliamo valutare il discorso non ha poi molta importanza se esso meriti o meno fiducia. La domanda che ci poniamo è: perché non dovrebbe meritarla? Spieghiamoci bene, però. Coloro i quali sostengono convintamente Bush penseranno che, infatti, Bush merita in pieno questa fiducia: l’espansione democratica in questi quattro anni è un fatto. Dicono: Afghanistan, Iraq – ma anche l’Ucraina, oliata da soldi americani. E tuttavia il robusto scetticismo con cui si guarda alle politiche bushiane è, anch’esso, un fatto. E non appartiene solo ai francesi, che per esempio si domandano perché debbano essere gli americani a decidere ogni volta a quale paese tocca, ma anche a tutti quei realisti (tra i quali c’è una buona fetta della stessa popolazione americana) che si chiedono se il sogno di un mondo libero dall’oppressione della tirannia non sia troppo costoso (in tutti i sensi del termine: che vanno dal bilancio federale alle vite umane).
E dunque: è un fatto che quello tracciato da Bush sia l’orizzonte ideale del nostro tempo, ed è un fatto che l’orizzonte sia venato da nubi di scetticismo. La domanda – che ora formuliamo meglio – è se si possa dar conto di entrambi i fatti, senza liquidare il primo come pura ideologia imperiale, e senza sbarazzarsi del secondo come ottundimento senile di paesi privi di nerbo morale.
Ebbene, non solo si può, ma si deve. Poiché la storia dell’Europa e dell’Occidente è stata proprio le due cose insieme: l’espandersi progressivo dell’ideale universalistico, ma anche una crescente consapevolezza della sua origine determinata, particolare (e quindi, purtroppo, interessata). Semplificazioni di questo singolare intreccio fra il grande e il piccolo, l’alto e il basso, il puro e l’impuro, si trovano ovviamente sia a destra che a sinistra, oggi come ieri. Il che è comprensibile: poiché è difficile tenere insieme senso universale della storia e storicità determinata del senso. Difficile, e tuttavia necessario. Senza tenere stretti entrambi i capi di questo nodo, che è il nodo della nostra storia, si rischia grosso: da un alto, può accadere (ed è accaduto) che al senso più o meno trionfale della storia si spazzi via senza imbarazzo tutto ciò che non rientra nel quadro, e peggio per chi ci capita; dall’altro, che si mortifichi per principio qualunque cosa sia più grande del proprio egoismo particolare.
Sul New York Times, David Brooks la metteva così: l’America è quella dei valori ideali o quella degli interessi materiali? E rispondeva che la vera America è la prima: quella di Jefferson, Whitman, Lincoln, Truman, Reagan e Bush. Ma non è la risposta che è sbagliata, è la domanda. Un’interpretazione filosofica tascabile, purtroppo, non mette le risposte in tasca, perché non scioglie i nodi. Ma aiuta a pensare meglio le domande che il nostro tempo ci pone. Ci toccherà perciò dire all’Unità che non serve a nulla fare di Bush una caricatura, e al Foglio che non è lui il Salvatore.

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