L’Aurora a occidente

Non fu fortunato neanche il viaggio inaugurale del transatlantico Rex – “the ship of the ships” – costretto, dopo essere partito da Genova il 27 settembre 1932, a una settimana di riposo forzato nella rada di Gibilterra. Poi però, superati gli “inconvenienti tecnici”, arrivò trionfalmente a New York con tutti i suoi 1286 passeggeri e a tempo di record. Tanto da guadagnarsi il prestigioso “nastro azzurro”, migliore prestazione mondiale di velocità sull’Atlantico, e il lusinghiero appellativo di “levriero dei mari”.
Non è andata così al mega-transatlantico Aurora che, più che sfortunato, sembra perseguitato da qualche dio bizzarro e cattivo. A dispetto del nome beneaugurate infatti, è dovuto prima fermarsi nella caliginosa Southampton per rimettere in sesto un propulsore; ripartito poi – la settimana scorsa – alla volta dei caldi mari caraibici, il personale di bordo ha annunciato ai quasi 1800 ospiti che potevano mettere il cuore in pace: tutti a terra a causa di un altro guasto e turisti rimborsati.
La lussuosa nave da crociera della società P&O Cruises è la stessa che, alla fine del 2003, si vide rifiutare l’attracco al Pireo perché a bordo era scoppiata una violenta epidemia di gastroenterite, più nota ai solcatori di mari col nome di virus di Norwalk. Un’odissea che iniziò il 20 ottobre proprio da Southampton e che, dopo le tappe di Palma di Maiorca e Sicilia, portò il lazzaretto galleggiante a Venezia e Dubrovnik senza che fosse concesso ai passeggeri – circa 1700 – di scendere a terra per paura di contagi. Prima del mesto rientro nel Regno Unito ci fu spazio anche per un incidente diplomatico con la Spagna di Aznar. Insomma, una nave perseguitata dalla jella.
Che le cose per l’Aurora non sarebbero andate lisce gli esperti di questioni marinare se ne erano resi conto subito, quando nel 2000 la principessa Anna d’Inghilterra, madrina del varo, fece scivolare maldestramente la classica bottiglia di champagne in mare senza fracassarla sulla pancia della nave. Una contessa Serbelloni fantozziana che, più che essere la causa, è stata semmai la prima inconsapevole vittima di questa vera e propria maledizione. Che – forse – appartiene a un disegno che trascende le volontà dell’uomo, bravissimo nel costruire portenti della tecnica, ma assolutamente disarmato di fronte al potere del fato. Perché alla fine le traversate di muscoli e fantasia, la guerralampo e la poesia di De Gregori, il sior capitano che ci porta su-questo-splendido-mare, non sono nulla di fronte all’imponderabile.
Quando uno scorre le storie di alcuni grandi transatlantici – è vero – è preso da un groppo di malinconia e di mollezza: tutto quel viaggiare antico, fatto di lentezza, di donne col bocchino e di uomini coi capelli luccicanti. Però dietro intuisce qualcosa di tragico e non può fare a meno di rabbrividire. Al Titanic, “l’inaffondabile”, la “Nave dei milionari”, sappiamo tutti cosa ha riservato l’ananke: un iceberg alla deriva contro il quale nulla poterono gli 800 uomini dell’equipaggio. Il Rex si beccò il fuoco di sei cacciabombardieri inglesi che, nel 1944, consegnarono alla memoria – anche a quella del Fellini di Amarcord – quel fiore all’occhiello dei cantieri Ansaldo di Genova.
Prima di affondare, nella stiva del Titanic c’erano 40mila uova fresche, 1135 chili di salsicce, 40 tonnellate di patate e 7mila cespi di lattuga. L’Aurora, quando riprenderà il mare – perché lo riprenderà – stia ben attenta a questi numeri.

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