Il dio dei piccoli premi

Non vorrei mettervi in allarme, ma nell’entrante mese di febbraio scadono un po’ di cose. Non si tratta di bollette, no. Ma occorre pur dirlo che, per esempio, scadono: il primo febbraio, alle ore venti, il premio di poesia San Valentino organizzato dalla Pro Loco Ponte e meritoriamente patrocinato dal comune di Barbarano (VI); il 5 dello stesso mese, il premio Officina dell’Arte, organizzato dall’omonima associazione di Putignano; il 14, sponsorizzato da bar e cartolibrerie, il premio “Parole per amare”; il 20 febbraio nientepopodimenoché “Ruba un raggio di sole per l’inverno – Tema dell’anno: le bugie”, organizzato dall’Associazione Artea di Città di Castello. Ma entro la fine del mese, ahimé, scadono anche il concorso letterario “Eco e sospiri d’amore in val d’Itria – il fascino dell’amore”, il premio “Il camaleonte”, il memorial Romano Gamberini, il concorso di poesia Anna Biella e molte altre giostre artistico letterarie sulle quali aspiranti e pretendenti possono salire per impugnare singolar tenzone al modico prezzo di qualche decina di euro. Per essere valutati, giudicati e se del caso premiati con targhe, medaglie, diplomi, e a volte qualche confortevole compenso. Anche a Giovi, ridente frazione della mia città natale, Salerno, l’Associazione culturale demoetnoantropologica “I Castellani” ha organizzato un bel premio diviso in due sezioni (contesti regionali italiani, contesti non italiani ma euromediterranei) e ad arrivar primi si buscano 500 euro e una stretta di mano del sindaco. Insomma, se siete letterati o artisti esordienti o emergenti, le occasioni per conquistare allori non mancano.
Poi ci sono i premi maggiori, quelli che danno diritto alla fascetta sul libro, i Campiello e gli Strega, ma, per quelli, purtroppo non basta spedire copie nonché ricevuta del versamento. Occorre tenere rapporti più che amichevoli con i giurati, far parte delle giuste cordate, stare appollaiati sul tetto di una robusta casa editrice mentre conduce attività di lobbying e una serie di altre diplomatiche manovre che, accordi sopra la vostra testa permettendo, vi conferiranno il sudato premio e, forse, sempre ambitissima, la gloria immortale.
Non è che qui si voglia fare della facile ironia. Ma cosa bisogna pensare di un paese che può vantare la bellezza di circa mille e seicento premi letterari (senza includere nel fastoso mucchio i premi online)? Quale idea bisogna farsi del mondo che ruota attorno a queste allegre ma crudelissime fiere, dove si vedono “tavoli di librai e libraie con i loro coniugi, vestiti per la festa del denaro e delle lettere, venditori privilegiati di opere enciclopediche […] scrittori abitualmente presenti a premi, forze vive o superstiti della cultura, politici avidi di connotazioni culturali, scrittori segreti dediti all’avvocatura, alla medicina o al commercio di favori” (Manuel Vázquez Montalbán, Il premio)? La cosa migliore è pensare che così non va, così non si può andare avanti. Diciamolo allora adesso chiaro e forte, lontano dalle polemiche che immancabilmente s’accenderanno d’estate, quando cadono i maggiori premi nazionali, mentre a gennaio il premio di letteratura inedita Licurgo Cappelletti (che, perdinci, scade oggi!) non infiamma più di tanto gli animi (però il 29 c’è stato il Nonino, che quest’anno premia lo scienziato Giorgio Parisi e due scrittori, Mo Yan e Mahasveta Devi).
Ma perché, poi, non andrebbe? Perché son troppi, e il troppo stroppia? Perché si fa cassa sfruttando le lusinghe e le promesse della gloria letteraria? Perché si prostituiscono gli scrittori e la scrittura? Perché si tratta il libro alla stregua di un qualunque altro prodotto commerciale? Perché i valori artistici non possono dipendere dalle camarille letterarie o dagli strilli pubblicitari? Tutto vero, tutti validissimi motivi. Però, poniamo pure che vi sia dato potere di azzerare tutta questa canea: cosa fareste? Mettereste su una bella commissione centrale che, unica e sola, darebbe i giusti consigli di lettura, lasciando perdere mondanità salottiera e marketing editoriale? Spegnereste la tv, vietereste i best-seller, proibireste le comparsate nei premi o in tv? Insomma, a pensarci bene: non sarà che senza accorgervene, avrete messo su una bella commissione censoria?
E non sarà che, sotto sotto, vi vien voglia di lamentarvi non tanto del rutilante circuito dei premi letterari, ma proprio dei circuiti in genere? O meglio: di qualunque circolazione di libri non sia governata dal Vero e Autentico Valore Estetico e Critico. Se è così, allora pensateci bene, perché c’è il rischio che i libri, i romanzi e le poesie, le parole e le voci non circolino affatto, se non li si vuole lasciar camminare per le storte strade del mondo – con a fianco, in provincia, la moglie dell’assessore e il giornalista, e nella capitale l’anchorman e la nobildonna. E visto che ci state pensando, pensate pure che Ermes, il dio della parola che suonava la lira e rubava i buoi ad Apollo, era anche – e non a caso – il dio dei trivii, degli inganni e della vile moneta.

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