Quote di riserva

Che il 40% dei delegati al congresso dei Ds fosse donna è una buona notizia. Ma la vera svolta ci sarà quando non sarà più necessario sottolineare un fatto di per sé normale. C’è tutta una letteratura tra il sociologico-rivendicativo e l’incipriato-caterinspackesco che affronta la questione in modo vittimistico. Sbagliando. Così come sbaglia chi osanna le cosiddette “quote riservate”, un artificio contabile che sancisce per decreto la parità. Poche donne hanno i galloni di capitano, è vero, ma la logica della riserva indiana è uno schiaffo all’intelligenza lunare e intuitiva propria – come recita una vulgata da mensile rosa – del sesso debolmente forte. Per Alain Minc, intellettuale francese, le cose stanno diversamente: «Alla parola parità, i deputati si mettono sull’attenti. Alla parola donna tremano; il vostro potere è assoluto». Eccessivo, ma soprattutto poco tattico. Le donne in verità dovrebbero infischiarsene di quelli come Minc. Molti uomini si stanno facendo furbi e – untuosamente – cavalcano l’onda: si mettono sull’attenti e danno l’idea di esserne democraticamente soddisfatti. E sono più del 40%.

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