La maledizione di Wakarua

E così, con ogni probabilità, sarà cucchiaio di legno. Con la sconfitta di Twickenham sabato a opera dell’Inghilterra la mala parata per l’Italia del rugby è pressoché certa. D’altra parte, se non la si è mai battuta, l’Inghilterra, anche in stagioni rugbisticamente più felici di quella attuale, un motivo ci sarà pure. Il motivo è che, per quanto dimessa e falcidiata dagli infortuni, l’Inghilterra si percepisce come una grande squadra. Anzi, si percepisce come la migliore squadra del mondo, e scende in campo con questa attitudine. L’Italia invece si schiera chiedendo al campo le conferme della confidenza che non ha. Tutto il resto viene dopo. La solita meta presa per “distrazione”, l’ennesimo k.o. subito negli ultimi minuti del primo tempo, quando la squadra azzurra è già negli spogliatoi con la testa, mentre gli avversari di turno sono regolarmente in campo, e il conseguente sfilacciamento dei reparti, con il cuore a sopperire da solo al cervello e ai muscoli quando questi vengono a mancare. A tutto ciò si aggiunge la maledizione del calciatore.
Rima Wakarua, l’ex apertura maori della nazionale, molto precisa con i piedi ma prevedibile in attacco e inconsistente in difesa, deve avere lanciato un anatema sui suoi successori. Non si spiega altrimenti come sia possibile che collaudati piazzatori come De Marigny e Peens una volta indossata la maglia azzurra commettano errori elementari, sia dalla piazzola sia, ciò che secondo noi è anche peggio, nei calci di spostamento. La sorprendente vittoria della Francia a Dublino, con i galletti che in questo modo rientrano in gioco per la vittoria finale, fa temere che nell’ultima partita tra sette giorni per gli azzurri non sarà solo cucchiaio di legno, cioè ultimo posto, sarà “whitewash”, un torneo senza una sola vittoria. Ci si può solo consolare pensando che c’è sempre luce in fondo al tunnel, e che il Galles, oggi solo al comando con quattro vittorie su quattro partite, aveva terminato il torneo con una whitewash non più tardi di due anni fa.

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