Breve storia della Coppa America

La prossima Coppa America si disputerà nelle acque di Valencia solo nel giugno 2007, ma la strada di avvicinamento, in varie tappe, sarà lunga e riprenderà tra pochi mesi. Non è quindi troppo presto per fare un po’ di ripasso. L’obiettivo non è quello di trovare un posto a bordo di uno degli sfidanti, ma almeno di poter sostenere una conversazione, saldi al timone della propria poltrona, senza fare la figura degli impreparati, e calando magari qualche asso dalla manica. La prima cosa che dovete sapere è che la Coppa America è una brocca d’argento (per gli anglofili: the auld mug, il vecchio boccale) e che si gioca – con l’insalatiera della Coppa Davis e la moka express del Sei nazioni – il titolo di trofeo sportivo più brutto del mondo. Anzi, a dir la verità (primo asso nella manica) non è nemmeno una brocca, perché è bucata sotto. In principio aveva un altro nome, Coppa delle cento ghinee, e venne messa in palio nel 1851 dal Royal Yacht Squadron nell’Inghilterra vittoriana. A vincerla non fu però un vascello di Sua Maestà ma una goletta yankee, di nome, appunto, America. Narra la leggenda (secondo asso) che tra la regina Vittoria che assisteva alla regata dal panfilo reale “Victoria and Albert” e il segnalatore di bordo si svolse la seguente conversazione:
“Ditemi, ci sono yacht in vista?”.
“Sì Maestà”.
“E chi è in testa?”.
“America, Maestà”.
“E il secondo?”.
“Maestà, non vi è secondo…”.
La Coppa venne poi donata al New York Yacht Club come challenge perpetuo (cioè con l’obbligo di metterla in palio in eterno, obbligo che si estende a tutti gli eventuali vincitori). Il sodalizio newyorchese l’ha difesa vittoriosamente per 132 anni, fino al 1983, che incidentalmente è stato anche l’anno della prima sfida italiana, quella di Azzurra. Gli sfidanti storici sono stati gli inglesi, che la presero piuttosto sul personale, ma non sono mai riusciti a riportare la brocca a casa. Il più caparbio tra loro fu Sir Thomas Lipton (sì, quel Lipton), che organizzò cinque sfide con i suoi “Shamrock” tra il 1899 e il 1930; quindi se doveste incontrare Patrizio Bertelli, patron del team Prada, che sta preparando per Valencia la sua terza sfida, non offritegli un tè. Potrebbe diventare nervoso.
La Coppa America si disputa in match race, cioè in regate con due sole imbarcazioni una contro l’altra, ma (terzo asso) non è sempre stato così. La prima edizione, disputata nella baia di New York nel 1870, fu corsa con una regata di flotta con 17 difensori di fronte allo sfidante. Il segreto della lunghissima imbattibilità dei defender newyorchesi è stato un misto di regolamento e furbizia. La barca sfidante, infatti, doveva raggiungere il campo di regata “con i propri mezzi”, il che significa che le imbarcazioni inglesi dovevano attraversare l’oceano (con quanto ne consegue in termini di dislocamento), per poi recarsi a regatare in un campo, prima situato a New York, e successivamente a Newport, con vento leggero e incostante, dove agili scafi americani avevano facilmente ragione dei pesanti velieri britannici. Le regate tra gli sfidanti (oggi sotto il nome di Louis Vuitton Cup), che si disputano il diritto di incontrare il detentore, sono un’innovazione relativamente recente. E’ solo a partire dal 1970, infatti, che vengono accettate più sfide per una stessa edizione.
Oltre agli inglesi, a contendere la Coppa ci provarono due volte i canadesi (1876 e 1881) e, dal 1960, gli australiani. Questi ultimi si dimostrarono molto fantasiosi, cercando nelle pieghe del regolamento la possibile arma segreta che li conducesse alla vittoria; tutti conoscono la storia di Australia II, la barca dalla rivoluzionaria chiglia con le alette che conquistò la Coppa nel 1983 con un combattuto 4-3 finale (la Coppa si disputava al meglio delle sette regate). Meno nota è invece la storia della sfida di tre anni prima, nella quale gli sfidanti degli antipodi sfruttarono un clamoroso “buco” (successivamente tappato) del regolamento di stazza. In pratica si accorsero che, per calcolare la superficie della randa (la vela principale), non si considerava la curvatura dell’albero, ma solo la sua altezza. Realizzarono così un albero in alluminio con la cima in carbonio piegata all’indietro, che gli permetteva di issare, a parità di barca, una vela del 10% più grande. Ci volle tutta la classe e l’astuzia dello skipper difensore Dennis Conner per averne ragione (4-1 il finale). Conner è lo skipper cui è indissolubilmente legata la storia recente della Coppa, l’ha difesa e vinta due volte per New York, (nel ‘74 come tattico e timoniere di partenza, nell’80 come skipper), l’ha persa nell’83 e, secondo il commodoro del New York Yacht Club la sua testa avrebbe dovuto prendere il posto della auld mug nella sala trofei del club. Invece Conner non solo salvò il collo, ma andò in Australia, con le insegne dello yacht club di San Diego (sua città d’origine) per riconquistare la coppa. E ci riuscì, con grande smacco dei newyorchesi, che si erano affidati al suo rivale John Kolius. Quell’edizione dell’87 fu l’ultima con i vecchi 12 metri stazza internazionale (piccolo asso da lasciar cadere con nonchalance, i 12 metri, nonostante il nome, erano in realtà lunghi circa venti metri) e la prima con i neozelandesi tra gli sfidanti.
Dopo che Conner ebbe portato la Coppa a San Diego ci fu la sfida del Moro di Venezia di Gardini, probabilmente la spedizione italiana che si avvicinò maggiormente alla conquista del trofeo, nonostante il 4-0 finale subito da America Cubed. I neozelandesi, frattanto, avevano preso il posto degli australiani nella ricerca della soluzione tecnica e regolamentare ardita, superando decisamente i cugini degli antipodi in creatività. Già nell’87, alla loro prima partecipazione, realizzarono un 12 metri in vetroresina (mentre tutti gli altri erano in alluminio), poi nel ‘92, all’esordio della nuova classe Acc (America’s Cup Class) costruirono una barca con un bompresso (un’asta anteriore orizzontale, all’incirca come quella delle navi classiche). Addirittura nel 1988 avevano provato ad impugnare l’atto di donazione originale della Coppa, portando la sfida più assurda della storia, con un’imbarcazione di oltre trentacinque metri a cui gli americani risposero, a brigante, brigante e mezzo, con un catamarano, che si sbarazzò facilmente dell’ingombrante contendente. Al quarto tentativo riuscirono finalmente a mettere le mani sulla brocca d’argento, paradossalmente senza trucchi, ma semplicemente con una barca veloce e un ottimo equipaggio; il resto è storia recente. Si erano scelti un campo di regata “intelligente” nel golfo di Hauraki, dove il vantaggio per il difensore era consistente (ricordate il perentorio 5-0 inflitto a Luna Rossa nel 2000?), ma non avevano fanno i conti con la globalizzazione, e con il team svizzero di Alinghi che gli ha sottratto a suon di milioni lo skipper, Russel Coutts, e il gruppo di progettisti, riportando per la prima volta la vecchia brocca in Europa. E tra poco si ricomincia; con tre equipaggi italiani su nove sfidanti potete anche scegliere per che squadra fare il tifo.

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