La colonna sonora dei Sixties

Domanda: “Anni ’60 e anni ’70: qual’è stata la decade migliore, nella musica e nella moda?”. Risposta: “Gli anni ’20 battono tutti”. In assenza di supporto sonoro, questa folgorante battuta (se è una battuta) tratta da un’intervista concessa nel 2002 alla Bbc, rappresenta al meglio lo spirito dei Soundtrack Of Our Lives, gruppo svedese con radici saldamente ancorate nell’humus fertile degli anni summenzionati (non gli anni ’20, gli altri) e lunghi rami protesi nei dintorni dell’attualità.
In origine, a dire il vero, era la Union Carbide Production: nessun legame con la potente firm americana nota per la sicurezza dei propri impianti, la ragione sociale indicava l’associazione tra Ebbot Lundberg (voce) e Bjorn Olsson (chitarra) rinforzata dal secondo chitarrista Ian Person; protagonisti della scena svedese fine anni ‘80, si fecero notare per il sound già più sixties che seventies, riuscendo a mantenere l’equilibrio fino a quando Lundberg, cultore dei Love di Alvin Lee e della psichedelia non iniziò a spingere eccessivamente il gruppo in quella direzione, e soltanto in quella. La rottura fu però momentanea. Convinti nel profondo delle loro capacità e della peculiarità di quella scelta, Lundberg, Olsson e Person decisero di ripartire nel 1995 con un gruppo nuovo, dall’impegnativo nome di Colonna Sonora Delle Nostre Vite. E a cominciare dall’ep “Homo Abilis Blues” del ’96, passando per i full-lenght “Extended Revelation for…” (’98); “Welcome To Infant Freebase” (’98) e “Behind The Music” (’01), i T.S.O.O.L. hanno riallacciato le fila di un discorso musicale tutt’altro che nostalgico o revivalistico: il gruppo sorprende per la capacità di riprendere temi e strutture d’epoca ed elaborarli come se questo fosse il punto d’arrivo di un’evoluzione naturale; insomma, sembra di ascoltare un gruppo anni ’60 non sopravvissuto a se stesso o pateticamente ancorato ai vecchi schemi, ma approdato a questi risultati con un felice processo di maturazione.
“Origin, Vol.1”, ultima fatica degli svedesi, conferma il buon momento creativo e una evidente voglia di suonare e divertirsi – ingredienti fondamentali, questi ultimi, per garantire la piacevolezza del risultato, insieme all’energia necessaria per infondere linfa anche ai pezzi meno originali. Rispettati questi canoni, poco importa se quel passaggio sembra rubato agli Who, quell’altro ai Kinks e quell’altro ancora agli Sweet; se le tastiere indulgono nella ricerca del vecchio sound Hammond e le chitarre citano indifferentemente Byrds, Beach Boys e Ac/Dc; la band tiene tutto insieme in un unicum finale che è superiore alla somma delle singole parti. Viene spontaneo tenere il ritmo, lasciarsi trascinare, viaggiare con la mente; con la consapevolezza che, alla fine dell’ultimo brano, il tempo non sarà Passato.

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