Springsteen e De Gregori

Devils & Dust” di Bruce Springsteen e “Pezzi” di Francesco De Gregori: questi due cd della Sony Music sono apparsi più o meno contemporaneamente. Quasi interamente acustico il primo (con passaggi molto simili all’album “Nebraska”), di impostazione decisamente rock il secondo (abbandonando così le sonorità di Piovani del penultimo album). I loro singoli monopolizzano da giorni le radio principali e i loro tour, a breve, delizieranno gli ascoltatori delle principali città italiane.
Non è intenzione di chi scrive dare un giudizio sui due album in questione, tanto meno confrontare le carriere di due artisti provenienti da mondi completamente differenti. Quello che i due hanno in comune sono l’età (cinquantasei anni il primo, cinquantaquattro il secondo) e i trenta anni di carriera alle loro spalle. Ciò che ci si chiede è come mai, ogni anno, la primavera musicale sia dominata da artisti sopra la cinquantina e al ventesimo album (basti pensare alla Vasco-mania dell’anno scorso) che non hanno certo il ruolo delle “vecchie glorie” al loro ennesimo “greatest hit” (che, tristemente, non sono poche) ma al contrario trovano quasi sempre qualcosa di nuovo e interessante da esprimere. Dopo delusioni sanremesi , non esaltanti proposte d’oltre manica e riesumazioni del “Music Farm”, i vecchi ascoltatori trovano rifugio nei personaggi storici che non li hanno mai delusi e i giovani attribuiscono loro un fascino “secolare” non percepibile negli esordienti.
I percorsi artistici di Springsteen e De Gregori sono molto diversi e non possono essere messi sullo stesso piano. In una recente intervista di Luzzatto Fegiz il cantautore romano spendeva parole di poca ammirazione per il collega del New Jersey che, a sua volta, a malapena saprà chi De Gregori sia. Ma la chiave del loro intramontabile successo va cercata in radici comuni: quelle di due artisti impegnati, ma non necessariamente di protesta; schierati ma non esasperati, che parlano poco e scrivono tanto, che prendono posizioni forti solo in momenti importanti e, non pretendendo di essere profeti, lasciano ad altri le disquisizioni sul bene e sul male. Le radici comuni di due uomini intelligenti. Per cantautori con queste qualità, non si pone il problema di sopravvivere o di resuscitare. Possono piacere di più o di meno, produrre capolavori o album di transizione, ma sono in ogni caso degni del massimo rispetto.

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