Il paradosso mediorientale del No

Il No francese al referendum sulla Costituzione europea avrà profonde ripercussioni su tutta la politica mondiale. Come annota Giuliano Amato, molti dei sostenitori del No da posizioni autodefinite “di sinistra” – in una versione moderna del “tanto peggio tanto meglio” – hanno argomentato che tale voto avrebbe fatto scoppiare le contraddizioni del cosiddetto “deficit democratico” del processo di integrazione europea: in una sorta di “oportet ut scandala eveniant”, perché solo così si potrà avere, invece del bicchiere mezzo vuoto, tutto il bicchiere pieno e pronto da bere.
Pericoloso abbaglio. Da oggi cominceremo a fare i conti con la caduta delle illusioni, e sarà sempre più chiaro che questo “stimolo” al dibattito ci costerà assai caro. In Medio Oriente, l’Unione Europea si trova nella paradossale situazione di essere contemporaneamente l’attore più impotente e quello più dotato di quelle risorse politiche e civili che sole possono innescare processi di pace durevoli e costruttivi. In un certo senso, dimostrazione ne è stata data con il processo di Oslo, dove un pur singolo paese europeo come la Norvegia ha comunque potuto tessere quello che rimane il processo di pace di maggior successo nella sanguinosa storia dei rapporti israelo-palestinesi. Processo poi fallito perché a quelle risorse non ne sono state affiancate altre, più diplomatiche. Ma questa è un’altra storia, tutta da scrivere.
Il Trattato di Costituzione Europea avrebbe cominciato a mettere in campo strumenti adatti a risolvere proprio quel paradosso – che blocca nell’impotenza l’azione esterna dell’Ue e rende il mondo più unipolare, dunque più insicuro – a partire dalla creazione di un servizio diplomatico europeo e dall’istituzione di un ministro degli Esteri unico per tutti, che poi avrebbe in quanto tale presieduto le riunioni del Consiglio degli Affari esteri. Una tale figura avrebbe, per esempio, tutt’altra forza nella contesa israelo-palestinese rispetto a quella che ha oggi l’inviato speciale dell’Ue Moratinos: sia verso i palestinesi, ai quali potrebbe imporre più incisive e coordinate modalità di utilizzo dei cospicui aiuti economici che l’Ue gli versa e farli pesare di più con una maggiore capacità di coordinamento; sia verso gli israeliani, ai quali potrebbe porre questioni rilevanti a tavoli più importanti di quelle che pone spesso in modo un po’ casuale, con l’effetto di avere una ridotta influenza dal punto di vista politico e una difficoltà a separare le proprie politiche nell’area dalle questioni che invece riguardano gli ebrei in Europa. Una tale figura potrebbe fornire quel volano politico che oggi manca e rende monco il pur immaginifico e ambizioso processo di Barcellona, lanciato nel 1995 per tutto il Mediterraneo. Per non parlare poi della possibilità – al momento offerta solo da una prospettiva di potenza “civile” dotata di strumenti per agire – di sedersi ai tavoli che veramente contano, che oggi rimangono per lo più un miraggio.
Insomma, la comunità internazionale è alla ricerca di una forza centripeta in Medio Oriente, capace di agire come strumento politico in una regione contraddistinta da una fortissima interdipendenza e da una debolissima politica. Non è un caso che nell’ultima riunione dell’Internazionale socialista, tenutasi a Tel Aviv e Ramallah il 23 e 24 maggio 2005, la proposta cardine è stata la creazione di una “Osce per la regione”, perché attraverso la creazione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce), il continente diviso dalla Guerra Fredda seppe “superare le divisioni tra Est e Ovest e costruire la nuova Europa”. Tale proposta (lo ricordano solo gli amatori) è peraltro non nuova, essendo stata avanzata – nella forma di una Conferenza per la Pace e la Sicurezza del Mediterraneo (CSCM) – agli inizi degli anni Novanta dall’allora ministro degli Esteri italiano Gianni De Michelis. Allora nessuno raccolse questo spunto. Oggi lo stallo non sembra molto diverso. Il voto francese, e l’aver stracciato un Trattato che forniva alcune stampelle per muoversi nella giusta direzione, non rafforzerà gli strumenti della politica nella regione. Non pare dunque una buona notizia neppure per il Medio Oriente.

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