La battaglia non combattuta di Blair

Anche il New Labour può essere serenamente inserito tra le vittime eccellenti della vittoria del No al referendum francese. E in particolare la sua vocazione a riportare la Gran Bretagna al centro della costruzione europea, che era stata una delle aspirazioni più visionarie alle origini di quel progetto politico. Quando l’imponente spinta di consenso che sorreggeva Blair e la nuova classe dirigente laburista, intorno alla metà degli anni Novanta, era tale da far pensare che anche l’antieuropeismo della sinistra britannica avrebbe potuto essere facilmente intaccato. Quel peculiare antieuropeismo che sin dall’indomani della Seconda guerra mondiale – nello stesso periodo in cui la Gran Bretagna conosceva il suo primo governo laburista e il progetto comunitario muoveva i suoi primi passi – aveva dipinto l’integrazione continentale come uno scenario in contraddizione con il disegno tutto nazionale e britannico di un welfare universale. La “nuova Gerusalemme” laburista avrebbe dovuto essere costruita all’interno di confortevoli confini nazionali, al riparo dai condizionamenti di un cantiere europeo vissuto come un’imposizione aliena e liberista. Formulato in questi termini, il pregiudizio antieuropeo della sinistra britannica avrebbe attraversato tutta la seconda metà del secolo. Sommandosi allo speculare pregiudizio di parte conservatrice e condannando la Gran Bretagna ad arrancare dietro un progresso comunitario che cercava invano di ostacolare, salvo poi ritrovarsi costretta ad accettare le condizioni determinate dagli altri partner. La grande ambizione di Blair è stata per l’appunto quella di rovesciare questo modello di comportamento, investendo su un progetto politico che vedesse la Gran Bretagna impegnata nel tentativo di giocare una partita egemonica in Europa. Pronta ad assumersi le proprie responsabilità in cambio della possibilità di acquistare quell’influenza che i diversi pregiudizi anticomunitari le avevano sempre negato. Niente a che fare con la folgorazione mistica di un disegno federalista che come tale non aveva alcuna cittadinanza nella pragmatica piattaforma blairiana. Tutto molto bello. Se non fosse che per passare dalla propaganda alla pratica dell’europeismo responsabile e pragmatico il New Labour avrebbe dovuto approfittare del momento magico del 1997, quando il paese avrebbe perdonato di tutto e di più al governo Blair, per forzare la mano e imbarcare la Gran Bretagna sul treno in partenza della moneta unica. Cosa che non avvenne, forse perché la leadership laburista confidò nella possibilità di affrontare con più calma la questione di lì a poco tempo. Ma quel tempo doveva diventare sempre più stiracchiato. Quindi infinito. Fino alla decisione mai annunciata ma mai smentita di rimandare la vera discussione sull’euro alla prossima legislatura. Non sarà dunque Blair a traghettare il paese verso un europeismo maturo. E non è nemmeno scontato che il partito trovi tanto rapidamente dopo di lui – che rimane di gran lunga il leader laburista più europeista di sempre – qualcuno disposto a osare di più. Su questo scenario, il risultato francese rappresenta il colpo di grazia per le speranze blairiane di consegnare alla storia un lascito positivo sul fronte europeo. La consolazione di aver visto il neogollista Chirac affondare nella palude nazionalista che si era costruito con le proprie mani – specie nei mesi del conflitto iracheno – rappresenta ben poca cosa rispetto alla necessità di archiviare una volta per tutte il progetto del referendum britannico sulla costituzione. Referendum che avrebbe rappresentato una prova incerta e difficilissima anche per un leader temprato dalla vicenda irachena e ormai prossimo a passare la mano. Ma con la quale egli avrebbe potuto conludere trionfalmente il decennio di governo, giocandosi ancora una volta il tutto per tutto in una partita apertissima. Legittimo pensare, come fanno in molti, che Blair sperasse nell’aiuto del No francese per togliersi d’impaccio. Eppure preferiamo immaginarci il solito Blair donchisciottesco, pronto a lanciarsi in un’ennesima e decisiva battaglia, che all’ultimo momento si vede sottrarre il mulino a vento dall’odiato nemico gollista.

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