Tre sogni sull’umanità dell’uomo

I filosofi, si sa, hanno un’immaginazione assai fervida. Soprattutto in fatto di identità: Descartes si domandava se, nell’ipotesi iperbolica che un genio maligno mettesse ogni industria nell’ingannarlo, potesse esser certo di esistere, e in tal caso chi o cosa fosse (lui, non il genio); Locke ragionava invece di anime di prìncipi in corpi di ciabattini; Derek Parfit ha paragonato di recente la persona a un club, che può chiudere i battenti un anno e ricominciare per iniziativa di solo alcuni dei suoi antichi membri l’anno successivo; Hilary Putnam si è chiesto con metodico scetticismo se non siamo solo cervelli in una vasca. A me è accaduto di sognare per una notte intera, e quelli che riporto qui sono i tre sogni di cui ancora mi ricordo. (Del resto, anche la filosofia moderna comincia con tre sogni, raccontati dal giovane Descartes: sono dunque in buona compagnia).
Ho fatto il primo sogno appena ho chiuso occhio (credo). Avevo raccontato a mia figlia la favola di Pinocchio, quand’ecco che cado addormentato e comincio a sognare il burattino. A modo mio, però: sogno di Mastro Geppetto e del suo bravo ciocco di legno, e ricordo distintamente il falegname borbottare fra sé e sé nel mio sogno: “Lo chiamerò Pinocchio” e una guardia col pennacchio dirgli: “Non ha diritto al nome!”, e Geppetto rispondere saggiamente: “Lo so. So che il legno è solo la condizione necessaria, condizione necessaria e non sufficiente: e anche se una fata turchina desse al mio povero ciocco e solo a lui la potenza di mutarsi in burattino e finanche in bambino, e io assistessi coi miei occhi alla prodigiosa trasformazione senza capire bene come il ciocco faccia a mutarsi da sé e quando diventi burattino e poi bambino, non direi mai che il ciocco di legno è sin d’ora un burattino. Con tutto il mio desiderio di paternità, non vedo l’ora di dargli un nome: ma so che adesso non ce l’ha”.
Il secondo sogno non è stato bello come il primo. Forse a causa del roboante articolo della Fallaci sul Corriere di venerdì, in cui “gli Istituti di Ricerca gestiti dalla democrazia” [sic] vengono sobriamente paragonati a campi di concentramento, ho sognato di essere catapultato all’improvviso nella Germania nazista, in mezzo a scienziati pazzi che progettano ed eseguono i più orrendi esperimenti sugli uomini, con sadico godimento. Lo scienziato più cattivo di tutti va ripetendo che gli uomini non sono tutti uguali, e che la biologia delle razze lo dimostra. Accanto a me non ho un Angelo Vescovi o un Bruno Dallapiccola che spieghino che gli uomini sono invece, dal punto di vista genetico, tutti uguali, sicché mi domando: e adesso come farò? In mancanza di una solida dimostrazione scientifica, rinuncerò a pensare che gli uomini sono tutti uguali? Non c’è uno straccio di principio etico, un dato storico-linguistico qualunque, un credo religioso serio su cui fondare l’umanità dell’uomo?
Il terzo sogno è stato in verità un vero e proprio incubo. Torno a casa, mia moglie mi viene incontro allarmata e mi dice che ha portato la nostra bimba dal medico, per le analisi; la bimba sta bene, ma ha una biologia diversa da quella degli esseri umani: è un’aliena. Subito dopo la terribile rivelazione bussano alla porta. Un ufficiale giudiziario mi dice che i pubblici poteri intendono requisire mia figlia: non appartenendo alla specie umana, sarà devoluta alla ricerca scientifica. Io protesto che non mi importa nulla della biologia di mia figlia e dei suoi cromosomi; che per me è mia figlia e merita una tutela giuridica assoluta indipendentemente dal suo patrimonio genetico; che per me appartiene al genere umano perché è come me, è cresciuta con me, e non rinuncerò mai ad accudirla, educarla e amarla sol perché non si capisce come siano fatte le sue cellule. Grido, mi dispero, chiedo aiuto. Compare severo un monsignore, presidente di non so quale comitato, e all’ufficiale giudiziario dice: non si faccia ingannare dal sorriso di questa bimba, non appartiene al genere umano. Fatene quel che volete. E mentre portano via mia figlia, che strilla come una bambina benché non sia geneticamente tale, mi sveglio di soprassalto. Nel mondo reale, atei si professano devoti, cardinali riscoprono il machiavellismo, massime autorità della Repubblica non hanno vergogna a dire che si asterranno, monsignori fanno interessata professione di galileismo scientifico (così dicono), per difendere l’embrione più del feto, e le donne meno dell’embrione.
Intanto, il 12 e 13 giugno si vota. Non so se sia capitato anche a voi di sognare che l’umanità dell’uomo sia solo un nudo e insignificante dato biologico, e che dunque essa vada stabilita una volta per tutte, e ugualmente, nell’embrione e in voi stessi. Non so se per questo condannereste le vostre figlie come è capitato a me nel sogno (e, en passant, togliereste speranze e diritti a malati e coppie). So però che in filosofia e in teologia, nella morale e nel diritto non si pensa affatto che la domanda su chi o cosa sia l’uomo si apra e si chiuda con il suo concepimento, né si ritiene che l’uomo sia la sua mera base biologica. Chi lo pensa, dimostra solo di essere spaventato dal futuro, e di non avere fiducia nell’uomo. Chi invece ha fiducia, comunque abbia disposti i suoi cromosomi, voterà Sì. E io voterò con lui.

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