Dove porta la rivoluzione libanese

Quando il 14 febbraio l’ex primo ministro sunnita Rafiq Hariri fu ucciso da un’autobomba a Beirut, la rivolta popolare contro la Siria che ne seguì fece parlare l’occidente di una “rivoluzione dei cedri”, di un popolo che cominciava finalmente a seguire l’esempio dell’89 nell’Europa dell’Est, una “rivoluzione di velluto” in salsa mediorientale. Si tratta però di una lettura ideologica, fatta sotto l’influenza dell’intervento Usa in Iraq e della sua capacità di fare egemonia, con la sua affascinante promessa di portare la libertà in tutto il Medio Oriente.
A segnalare la difficoltà di applicare schemi politici prefabbricati a paesi assai complicati come il Libano non sono però solo le crepe oramai visibili nella coalizione antisiriana formatasi dopo il 14 febbraio (dove il generale cristiano Aoun – appena tornato dall’esilio in Francia – ha dichiarato il 24 maggio: “Noi siamo i soli a non essere simboli siriani” e ha formato liste autonome per le elezioni politiche ora in corso), ma anche l’emergere di una questione sciita in termini nuovi e dirompenti per gli equilibri libanesi. Una questione che si pone in Libano, si è posta in Iraq e si porrà in Bahrein, Arabia Saudita e Yemen.
In Libano il “popolo” non è unitario, ma ufficialmente composto di diciotto confessioni diverse. Tra di esse le più rilevanti sono i cristiani maroniti, i sunniti e gli sciiti. La nascita del Libano indipendente codificò questa realtà riservando per legge le tre più alte cariche dello stato a queste confessioni: il capo dello stato sarebbe stato cristiano – in omaggio al fatto che i cristiani nel 1943 erano il gruppo di maggioranza relativa – il primo ministro sarebbe stato sunnita, il capo del parlamento sciita. Da quel singolare “accordo nazionale” derivò anche un complicato e farraginoso sistema elettorale in 14 distretti che premia e stabilizza le affiliazioni tribali e confessionali.
Con quel sistema si vota ancora oggi. Questo spiega la bizzarria di elezioni politiche che si stanno svolgendo in quattro turni: il 29 maggio si è votato a Beirut (dove i 19 seggi in palio sono stati presi tutti dalle liste sunnite del figlio di Hariri, Saad, seppure con un’affluenza ferma al 27%) mentre il 5 giugno si è votato nel Libano del sud (dove ha stravinto il ticket sciita tra Hizballah e Amal) il 12 si voterà nella valle della Beqaa e sul Monte Libano (dove sono forti i cristiani) per finire con il turno del 19 giugno, che riguarderà il Libano del nord.
Il Libano è oggi investito – come del resto tutta la regione mediorientale – da potenti forze che ne minano lo status quo: un processo che è cominciato con l’intervento Usa in Iraq (che ha prodotto anche la risoluzione Onu 1559, opera congiunta di Francia e Usa) ed è proseguito con l’assassinio di Hariri. Sin dal 1989, data degli accordi di Taif che misero fine alla guerra civile iniziata nel 1975, lo status quo in Libano poggia su due pilastri: la presenza siriana e il confessionalismo della politica. Oggi, vacillano entrambi. La Siria, sotto la spinta internazionale e della coalizione antisiriana nata il 14 febbraio, ha cominciato il ritiro delle sue strutture militari, così come richiesto dalla citata risoluzione 1559. Ora è il turno del confessionalismo.
Imprevedibilmente, la più forte spinta al cambiamento proviene però dagli sciiti di Hizballah e dal loro posizionarsi sempre più al centro della politica libanese. Prima hanno accortamente fatto da contrappeso alle richieste antisiriane nate il 14 febbraio, promuovendo un’enorme manifestazione l’8 marzo a Beirut in cui hanno motivato il loro sostegno alla Siria unicamente con la protezione ricevuta nella lotta contro Israele; poi, hanno cominciato a porsi come la forza politica più genuinamente nazionalista, capace di mediare tra le forze anti e prosiriane. Questa centralità servirà agli accorti capi politici di Hizballah non solo per proteggersi dai tentativi di marginalizzazione promossi dagli Usa, ma anche per porre con forza innovativa la nuova sfida democratica: abolire quel confessionalismo che inchioda la loro comunità a un oramai anacronistico 21% dei seggi parlamentari (che rispecchia l’ultimo censimento, del 1932, quando gli sciiti erano il 16%), mentre essa è cresciuta fino a costituire il 45% della popolazione, e chiedere l’abbassamento della maggiore età dai 21 ai 18 anni, anch’essa una richiesta che favorirebbe la composizione assai giovane della comunità sciita. Si tratta di richieste che prendono forza dall’esportazione della democrazia propugnata da Bush per la regione. E del tutto coincidenti con quelle che potrebbe avanzare un’indistinta “rivoluzione dei cedri”. Ma che vanno probabilmente in tutt’altra direzione.

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