Conseguenze del ritiro da Gaza

Il processo politico innescato dal progetto di ritiro unilaterale da Gaza da parte di Sharon, con lo storico smantellamento delle colonie lì presenti da decenni, sta producendo rilevanti dinamiche sistemiche. La regione del Medio Oriente è infatti caratterizzata da una forte interdipendenza, tanto che in diversi paesi diventano questioni di politica interna scelte che in realtà hanno luogo altrove. Il ritiro da Gaza è una di queste. Come una scossa di terremoto esso ha un epicentro (Sharon), un’area investita direttamente (il sottosistema costituito dalla politica israeliana, palestinese ed egiziana) e zone dove esso arriva con echi attutiti ma avvertibili (tutto il Levante, o Mashrek), che in qualche caso sono più forti per ragioni storiche (come nel caso del Libano, dove il ritiro ricorderà quello del 2000 dal Libano del sud, con ciò ancora rafforzando l’autorevolezza di Hizballah nel turbolento sottosistema politico siro-libanese ).
Quando il 17 agosto comincerà – se comincerà – il ritiro unilaterale da Gaza, inizierà infatti anche una nuova fase politica per Israele, Palestina ed Egitto. Le prime avvisaglie si possono cogliere sin d’ora. Per quanto riguarda Israele, lo smantellamento delle colonie a Gaza darà un ruolo centrale a Sharon, perché la società israeliana si polarizzerà ancora di più e sarà necessaria una forte iniziativa politica o militare, interna o esterna, capace di dare uno sbocco alle tensioni generate dallo sgombero: lo stesso successe con il ritiro dal Sinai e la distruzione di Yamit nel 1982 (peraltro anche quella operata, con spietata efficienza, da Sharon), quando lo sbocco fu la rovinosa guerra del Libano, ideata da Sharon sulla base di un “grande piano” politico che prevedeva la consegna del paese ai maroniti. Il piano poi fallì miseramente perché – come succede oggi – si sottovalutò la centralità degli sciiti. Oggi è probabile che Sharon, se saprà sfuggire alla tentazione di produrre un “piccolo Libano” in Cisgiordania, voglia usare questa seconda possibilità per entrare nei libri di storia piuttosto che in un’aula di tribunale, anche se dovrà guardarsi dalle crescenti minacce dei coloni ultranazionalisti alla sua persona, che preoccupano sempre più lo Shin Bet.
Per quanto riguarda la politica palestinese, i primi effetti sono già visibili: a partire dal rinvio delle elezioni legislative, inizialmente previste per il 17 luglio, e per seguire con il rinvio dell’atteso congresso di Fatah, programmato originariamente ad agosto. Il fatto che il ritiro sia unilaterale – cioè non negoziato né discusso nelle modalità – facilita infatti le cose a Sharon ma le complica assai ad Abu Mazen e all’Autorità nazionale palestinese: non potendo rivendicare nessun ruolo, è Hamas a riempire il vuoto. Lo si è visto con il fallimento del vertice tra Abu Mazen e Sharon del 21 giugno. E dagli spari che hanno accolto Abu Ala a Nablus il giorno dopo. Non a caso gli Usa sono talmente preoccupati da aver rotto il 23 giugno il boicottaggio diplomatico – conseguenza del mancato arresto degli autori dell’attentato che uccise tre agenti Cia nella Striscia l’ottobre del 2003 – cominciando a inviare personale per preparare la visita di James Wolfensohn, inviato del Quartetto (Usa, Russia, Onu, Ue). Decapitato dagli assassinii mirati, Hamas ha infatti cambiato il suo approccio al potere: non più delegittimazione delle istituzioni esistenti, bensì conquista graduale dall’interno e per consenso. La parola d’ordine è “pragmatismo”. Incoraggiato dai risultati elettorali alle amministrative di dicembre, Hamas sta ponendosi al centro dello spazio politico, tanto da riuscire a egemonizzare anche le definizioni: oggi il vocabolo che descrive i rapporti israelo-palestinesi non è come due anni fa hudna (armistizio), di derivazione Olp e nazionalista, bensì tahdi’a (calma), usato dall’Islam politico. Così oggi è Hamas a far dividere Fatah in vecchia e nuova guardia (dal cui mancato accordo discende il rinvio del congresso) invece di dividersi in quadri interni e leadership dell’esterno, come due anni fa. Con l’obiettivo di partecipare alle elezioni palestinesi e vincerle. Se questo è il contesto, ciò significa però che la tahdi’a di oggi è del tutto contingente: non a caso Kahlid Mashal, capo di Hamas, l’ha definita “il riposo del guerriero”.
E qui arriviamo al terzo elemento del sottosistema: l’Egitto. Il legame è infatti assai stretto: non solo perché il ritiro da Gaza mette sotto pressione alcune parti dell’accordo di pace tra Israele ed Egitto – che ponendo dei vincoli alla presenza militare egiziana nel Sinai potrebbe oggi rendere difficile controllare il contrabbando di armi a Gaza – ma anche perché non bisogna dimenticare che è stata la Fratellanza Mussulmana a convincere Hamas a concedere la tahdi’a, in quanto funzionale alla distensione allora in atto tra la presidenza Mubarak e la stessa Fratellanza Mussulmana. Oggi, però, in Egitto il clima sta mutando rapidamente, perché si avvicinano le decisive elezioni presidenziali di settembre. Decisive perché si pone con grande forza il tema della successione a Mubarak, al potere dal 1981: elite modernizzanti, guidate dal figlio Gamal, oppure una evoluzione in senso islamico? Una ripresa dell’Intifada armata palestinese potrebbe essere funzionale – perché radicalizzerebbe l’opinione pubblica egiziana e screditerebbe Mubarak – a un mancato accordo o riconoscimento del ruolo politico della Fratellanza, che come Hamas sta diventando più forte grazie alla scelta di conquistare democraticamente il consenso dall’interno. Chi favorire? La risposta è in mano a Sharon.

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