Perché ci piacciono le primarie

Nelle ultime settimane centrodestra e centrosinistra hanno sbandato non poco. Il solo elenco dei colpi ricevuti dalla maggioranza, dai conti pubblici alle gaffe internazionali, dalla penosa vicenda dell’Irap ai continui aggiustamenti di rotta su partito unico e leadership della coalizione (per non parlare del problema su cui probabilmente la Cdl si sta giocando ogni residua chance di recupero: sicurezza e immigrazione), occuperebbe lo spazio di un intero articolo. E di quelli lunghi. Ma è significativo come pure nel momento di maggiore debolezza del governo, nell’opposizione si sia aperta una crisi tanto grave da spingere il suo leader ad abbandonare il progetto politico cui aveva legato le proprie sorti – la lista dell’Ulivo – e l’intera alleanza a ricorrere al notaio per uno di quei codicilli anti-opa che la fanno assomigliare penosamente (e anche qui, significativamente) a certi patti di sindacato che reggono le nostre grandi imprese. Segno di un sistema dei partiti che sta camminando sul ghiaccio, che scivola su una superficie senza attrito, un po’ per inerzia e un po’ per istinto di sopravvivenza, ma comunque incapace di determinare autonomamente la propria direzione di marcia e di fermarsi lì dove vorrebbe. La scelta di rilegittimare leadership e progetto politico attraverso elezioni primarie aperte a tutti gli elettori, nella sostanza e nel metodo, rappresentano l’unica possibile soluzione per arrestare questa deriva.
Al momento, sembra che alle primarie concorreranno Romano Prodi per le forze riformiste, Clemente Mastella per i centristi, Antonio Di Pietro per se stesso, Pecoraro Scanio per i Verdi e Fausto Bertinotti per la sinistra radicale. Difficile comprendere pertanto la ragione per cui tanti commentatori abbiano continuato a parlare di una consultazione fasulla, con l’argomento secondo cui tutti i candidati si dicono sostenitori di Prodi. Come se poi qualcuno avesse dei dubbi che in caso di vittoria, a un Clemente Mastella o a un Fausto Bertinotti passerebbe anche solo per l’anticamera del cervello di farsi da parte in favore del Professore. Per non parlare di analoghe obiezioni mosse da autorevoli dirigenti di partito, ai quali si potrebbe facilmente replicare invitandoli a candidarsi anch’essi e a giocare per vincere, se il problema è l’assenza di candidature realmente alternative. Quanto ai commentatori, stupisce non meno la posizione di chi prima sostiene che le primarie sono false perché tutti sanno chi sarà il vincitore, ma poi non perde occasione di segnalare come la popolarità del presunto vincitore sia in calo e di gran lunga inferiore rispetto a quella di altri possibili candidati (e perché mai questi altri candidati non si candidino, quasi facesse loro ribrezzo l’idea di guidare una coalizione data da tutti per sicura vincitrice alle prossime elezioni, è davvero un mistero della fede).
Se ci siamo dilungati tanto in simili obiezioni è perché ci sembrano a loro modo esemplari: fulgido esempio di un paese il cui problema principale – ci ripetiamo – è la pretesa di deciderne le sorti da parte di industriali senza soldi, politici senza voti e giornali senza lettori. Al momento di presentarsi davanti agli italiani, di presentare a loro il proprio programma e il proprio progetto, gran parte di tali autonominati rappresentanti degli autentici interessi del paese scompaiono, mentre i loro popolarissimi candidati si rendono irreperibili. Una buona ragione, ci pare, per essere a favore delle primarie. Perché l’autonomia della politica non si difende tessendone vuoti elogi, ma restituendo la parola agli elettori.

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