Live8, globalizzati e contenti

Quale che sia il giudizio sulle sue scelte nella guerra in Iraq o sul futuro dell’Unione europea – il nostro, per esempio, è pessimo – non si può negare che nella preparazione del G8 di Edimburgo Tony Blair abbia dimostrato di essere un genio. Quale che sia il giudizio su certa retorica terzomondista e su analoghe iniziative benefiche promosse da artisti della musica rock come il Live Aid del 1985 o We are the world – il nostro, per esempio, è assai perplesso – non si può negare che il Live8 sia stato un evento mondiale che non è nemmeno minimamente paragonabile a tali precedenti. Imparagonabile per dimensioni, per efficacia, ma soprattutto per significato: qui non si trattava di raccogliere soldi – “non vogliamo i vostri soldi” è stato uno degli slogan più forti e utilizzati – ma di sostenere un’iniziativa politica precisa. Un piano elaborato da Tony Blair che non prevede solo il raddoppio degli aiuti e l’abbattimento del debito ai paesi poveri – accompagnati da precise misure di controllo onde evitare che quei soldi finiscano nelle mani sbagliate o semplicemente male impiegati – ma innanzi tutto la liberalizzazione dei mercati, una più giusta regolamentazione (o de-regolamentazione) degli scambi tra paesi ricchi e paesi poveri, l’abbandono dei sussidi previsti in Europa dalla Politica agricola comune a tutto danno dei prodotti del terzo mondo. La linea politica presentata all’Ue in veste di presidente di turno da Tony Blair si ripresenta così con forza ancora maggiore nel suo piano per il G8 di Edimburgo, sostenuta da una delle più grandi e potenti manifestazioni globali che il mondo abbia visto (chiunque sabato si sia fermato anche nell’ultima tavola calda del più sperduto paese avrà notato cosa trasmetteva il televisore acceso nel locale).
Il Live8 di sabato non è stato solo un impressionante fenomeno di massa, una gigantesca e potentissima manifestazione globale e un evento mediatico senza precedenti, che solo uno snobismo superficiale e chiuso in una visione autoreferenziale della società può degradare a puro spettacolo o fenomeno di costume. Il Live8 è stato innanzi tutto una geniale operazione politica, una sfida per l’egemonia su quel variegato arcipelago di persone, parole d’ordine e sentimenti che hanno costituito il sostrato delle manifestazioni no global. Per cogliere appieno la portata del colpo, bastava leggere le parole stizzite di Fausto Bertinotti a Repubblica, intervistato mentre si trovava a Edimburgo per la prima manifestazione in vista del G8: “Quello che mi chiedo è perché un evento organizzato dalle star del rock ha tutta questa visibilità e di eventi come questo di Edimburgo non si accorge nessuno”. Senza contare che la stessa manifestazione di cui parlava Bertinotti non era certo una manifestazione no global: guidata dal primate dei cattolici scozzesi e dall’arcivescovo di Westminster, salutata da un messaggio di Papa Ratzinger e unita dietro lo striscione: “Consegniamo la povertà alla storia”, parola d’ordine del Live8 e dell’intera campagna africana di Tony Blair.
Vedremo cosa succederà quando il G8 comincerà i suoi lavori, dal 6 all’8 luglio. Può darsi che il fin qui piuttosto appannato movimento no global riconquisti la ribalta. Ma difficilmente potrà scalfire la solidità della posizione di chi ha costruito una piattaforma politica concreta e su questa ha ottenuto l’appoggio di milioni di persone, in nome – al tempo stesso – della giustizia e del libero mercato. Tanto meno dopo aver visto sfilare alla guida di quel movimento i miliardari del rock, figli di quelle multinazionali discografiche e di quella cultura anglosassone egemonica e omologante tanto disprezzata dai no global.
Non a caso l’atto di nascita del movimento anti-globalizzazione, la manifestazione di Seattle nel ’99, non sarebbe neanche esistito senza l’organizzazione del potentissimo sindacato americano Alf-Cio, sceso in piazza per impedire esattamente quello che sabato hanno chiesto i milioni di persone che hanno ascoltato le rock star del Live8. Il fallimento del vertice rivendicato come vittoria epocale da tanti intellettuali della sinistra radicale fu dovuto infatti al suo abbandono da parte delle delegazioni dei paesi poveri, una volta constatata la decisione americana e occidentale di difendere i propri posti di lavoro mantenendo alte le barriere ai prodotti del terzo mondo. Ragion per cui l’ironia sulla scarsa preparazione politica di Bob Geldof, da parte di chi fino a ieri esaltava quella di Agnoletto e Casarini, appare quanto meno poco meditata.

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