Non fare come in Spagna

E’ opinione universalmente condivisa, ampiamente nota e oggetto di pubblico dibattito, che dopo l’attentato di Londra, il prossimo toccherà a noi. E che questo avverrà tra febbraio e marzo dell’anno prossimo, nel pieno della campagna elettorale. Si tratterebbe evidentemente dello stesso schema utilizzato a Madrid, quando i terroristi colpirono a pochi giorni dal voto, avvelenando il confronto democratico spagnolo ben oltre i pochi giorni di campagna elettorale rimasti. Il ritrovamento di alcuni appunti appartenenti a uno dei capi del gruppo responsabile di quegli attacchi, in cui la strage di Atocha è classificata come “la fine di Aznar”, non è che l’ennesima conferma di quanto al Qaeda sappia interpretare la dialettica politica all’interno delle democrazie occidentali, per valutare realisticamente quando e dove sferrare l’attacco, massimizzandone gli effetti e amplificandone l’eco.
Costruire un cordone sanitario del dibattito politico attorno a questi temi, impedire agli irresponsabili di entrambi i fronti di rendere ancora più vulnerabile di quanto già non sia il nostro paese agli occhi dei terroristi, darsi un codice di comportamento anche nella polemica e nel dissenso più radicale dovrebbero dunque rappresentare una priorità tanto per il centrodestra quanto per il centrosinistra. Nella chiarezza delle opposte posizioni politiche, l’immagine di unità dinanzi al nemico e la messa al bando di ogni forma di strumentalizzazione costituiscono un imperativo per qualsiasi formazione abbia a cuore innanzi tutto la difesa del paese. Deve essere chiaro al di là di ogni ragionevole dubbio che anche dopo un eventuale attacco, ai terroristi mai e poi mai riuscirebbe di ripetere il successo politico ottenuto in Spagna, dove innescarono una spirale di polemiche e veleni che solo oggi comincia a diradarsi.
Nessuno può illudersi che una simile decisione basti ad allontanare il pericolo di un attacco. Ma la rinuncia, da entrambe le parti dello schieramento politico, a utilizzare ogni argomento offerto da al Qaeda, sia prima sia dopo un eventuale attacco, rappresenta comunque il primo dovere di gruppi dirigenti che non vogliano cadere essi stessi come prime vittime della spirale di delegittimazione in cui la demagogia e l’irresponsabilità di pochi potrebbero far precipitare il sistema politico e la società civile. Perché questo è il rischio che si è corso in Spagna, scongiurato solo dall’ampiezza del consenso raccolto da Zapatero, dalla solidità delle istituzioni, dal tessuto di una tradizione democratica – ancorché relativamente recente, o forse proprio perché relativamente giovane – ancora vitale e riconosciuta. Cosa sarebbe accaduto e dunque cosa potrebbe accadere se l’Italia si venisse a trovare in una condizione analoga?
Nel nostro paese ha destato ammirato scalpore la decisione presa da Tony Blair di negare una commissione di inchiesta sul 7 luglio. Si è detto, forse con un errore prospettico dovuto alla scarsa considerazione del differente bilanciamento dei poteri nell’ordinamento britannico rispetto a quello italiano, che una simile scelta costituiva una lezione per gli instancabili denunciatori di complotti e oscure trame che in Italia fioriscono sempre all’ombra delle commissioni di inchiesta. Una lezione rivolta oggi innanzi tutto a coloro che invece di schierarsi contro i terroristi, unici responsabili della strage di Londra, non esitano a chiedere di far luce sulle responsabilità del governo, finendo così per mettere le vittime sul banco degli imputati e i carnefici su quello del pubblico ministero. Un’accusa rivolta in primo luogo, va da sé, a forze politiche e intellettuali della sinistra italiana. Cosa succederebbe dunque nel nostro paese, dinanzi a un attentato in piena campagna elettorale?
In Spagna è successo l’esatto opposto di quanto appena detto. E’ successo che a chiedere la commissione di inchiesta, dopo un’interminabile campagna di delegittimazione del voto e delle istituzioni democratiche, è stata la destra sconfitta nelle urne eppure convinta di avere perso le elezioni non solo a causa degli attentati, ma proprio in seguito a una campagna di delegittimazione e di strumentalizzazione degli attacchi ordita dai socialisti. Una campagna condotta nei giorni immediatamente successivi all’attentato e precedenti il voto, più o meno con gli stessi argomenti: strumentalizzazione politica della strage, disinformazione e delegittimazione degli avversari attraverso la diffusione e la falsificazione di informazioni riservate.
In Spagna e in tutto il mondo gli ambienti più vicini all’Amministrazione americana e tutti i sostenitori della sua politica – quelli che ancora oggi accusano la sinistra di assolvere o minimizzare le responsabilità dei terroristi sollevando sospetti di complotti e manipolazioni americane dietro ogni attentato – non hanno esitato a compiere un’analoga inversione dei ruoli: Zapatero diveniva così il primo capo di governo eletto con le bombe da al Qaeda, la sua decisione di ritirare le truppe il pagamento della cambiale ai suoi sostenitori, i suoi elettori disertori del fronte occidentale. All’interno, le ricostruzioni sul ruolo dei servizi segreti, sui contatti tra infiltrati dei diversi corpi di sicurezza dello stato e le loro inquietanti rivelazioni descrivevano un quadro sempre più fosco del livello di penetrazione del terrorismo, ma soprattutto della sua capacità di insinuarsi tra le faglie di apparati se non apertamente in lotta tra loro, come minimo scarsamente al corrente gli uni dell’attività degli altri e quasi sempre – di fatto – confliggenti. Depositando così nel dibattito politico due verità inconciliabili e ugualmente inquietanti: da un lato quella di un capo del governo (Aznar) deciso ad accusare l’Eta della strage e a manipolare le informazioni in suo possesso per vincere le elezioni; dall’altro quella di elementi dei servizi segreti e della polizia in costante contatto con l’opposizione, decisi a far cadere Aznar nella “trappola” dell’Eta attraverso informative come minimo lacunose, per poi passare sotto banco ai socialisti le prove della montatura. Di simili ipotesi, e di molto peggiori, ne sono circolate abbastanza da riempire i giornali per settimane, in una girandola di indiscrezioni e accuse di depistaggio che ricordano da vicino i momenti più cupi dell’Italia degli anni di piombo e delle cosiddette stragi di stato.
Questo è il passato – non spagnolo, ma tutto italiano – che non deve tornare, nemmeno nell’eventualità che il terrorismo riesca a colpire il nostro paese. Quali che siano la tempistica, gli eventuali errori del governo e delle forze dell’ordine, le mancanze o viceversa le segnalazioni inascoltate di corpi e apparati dello stato, sta ai partiti di maggioranza e opposizione impedire l’innescarsi di una nuova spirale di delegittimazione, in cui fatalmente tornerebbero a inserirsi rivalità e lotte di potere che finirebbero per assumere i toni di una guerra civile non solo tra centrodestra e centrosinistra, ma anche all’interno delle due coalizioni e – ciò che è più grave – dello stesso tessuto democratico, nella società e tra i diversi organi e poteri dello stato. E questo, in un momento simile, è esattamente quello che l’Italia non può permettersi.

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