Rcs, radiografia di una nazione

Quello che sta accadendo in Italia può essere spiegato in molti modi, ma una cosa è chiara come la luce del sole: non può essere chiamato il caso Fazio. L’ipotesi che alcuni banchieri e uomini d’affari impegnati nella scalata di un istituto di media grandezza siano stati favoriti dal governatore pur avendo commesso gravi scorrettezze – e reati spesso di difficilissima definizione – si è trasformata giorno dopo giorno in una guerra civile istituzionale. Forse aveva ragione Oscar Giannino a ricorrere qui ai termini dell’antropologia criminale. Certo è che nemmeno la fantasia di Agatha Christie aveva mai immaginato un simile intreccio. Inutile girarci intorno, tutto questo non può essere addebitato esclusivamente ad Antonio Fazio. Come se il comportamento di una singola persona – sia pure in un ruolo di tale importanza – potesse scatenare un simile psicodramma collettivo. Questa storia è cominciata con la scalata alla Rcs ed è con la scalata alla Rcs che avrà fine. Perché è stato quello il momento in cui tutti noi, senza neanche accorgercene, siamo saliti sul treno che ci ha portati fino a questo punto. L’Italia raccontata dai giornali è divenuta un gigantesco Orient Express lanciato a tutta velocità verso il nulla, mentre nei suoi scompartimenti l’anziana contessa e la cameriera, il ricco uomo d’affari e il nobile decaduto si aggiravano nel buio con il coltello tra i denti.
E’ così che la vicenda Rcs è divenuta la radiografia di una nazione. O quantomeno la radiografia di una parte rilevante del suo establishment, oggi disperatamente in crisi. Non serve che Hercule Poirot ci riunisca tutti nella carrozza ristorante per illustrare come e perché ognuno dei presenti ha fatto ciò che ha fatto. Di sicuro non è stato su ordine e per il bene dello Stato, come recitava il salvacondotto di Richelieu. E’ stato di loro iniziativa e nel loro esclusivo interesse che illustri protagonisti e modesti comprimari della scena politica ed economica di questo paese si sono avventurati nella più cruenta battaglia di potere dell’ultimo decennio. E’ solo a partire dalla scalata alla Rcs che è cominciata la sfilata di editorialisti compiacenti, pronti a spiegare all’opinione pubblica che un conto è costruire automobili e un conto è comprare e rivendere case, che il problema dell’economia italiana è la speculazione finanziaria, preparando così il terreno alle ineleganti dichiarazioni dei loro padroni, ognuno dei quali pesantemente coinvolto nelle partite per il controllo delle banche, ognuno dei quali uscito sconfitto dal mercato, ma nessuno dei quali ha mai disdegnato operazioni di purissima speculazione finanziaria, società di diritto caimano o lussemburghese, scatole cinesi.
La campagna è partita allora, quando ha tremato la società Rizzoli-Corriere della sera, non prima. Non è cominciata, tanto per fare un esempio, quando migliaia di famiglie italiane sono state truffate, depredate dei loro risparmi e ridotte sul lastrico nei casi Cirio e Parmalat. Allora il comportamento delle banche e quello del loro supremo regolatore, Antonio Fazio, fu forse irreprensibile? No, non lo fu. Quando si trattava dei risparmi di tante famiglie italiane, invece degli affari o dei giornali di qualche illustre imprenditore, cosa fecero i rappresentanti del popolo? Tremonti fece la sua battaglia e perse il posto. Ma un solo partito, i Democratici di sinistra, presentò allora una proposta di riforma delle regole e delle competenze in materia di risparmio, chiedendo il mandato a termine per il governatore della Banca d’Italia e l’attribuzione all’autorità Antitrust della vigilanza sulla concorrenza bancaria. Proposta che portava la firma del segretario Piero Fassino.
E gli altri? La Margherita si guardò bene, allora, dall’appoggiare quell’iniziativa. Luca Cordero di Montezemolo dichiarò poi che non era il caso di inserire il mandato a termine del governatore nella legge sul risparmio. Il ministro Siniscalco – e qui siamo già in tempi assai recenti – andò a pranzo con Fazio e ne ritornò convinto della necessità di bocciare gli emendamenti che ne intaccavano durata del mandato e prerogative. Nessuno si sognò nemmeno per un momento di chiedere le dimissioni del governatore.
Negli ultimi due mesi tutti gli organi competenti che si sono espressi nel merito sull’operato di Bankitalia hanno emanato un giudizio di piena e totale assoluzione. Tutti e nessuno escluso: il Tar del Lazio, peraltro l’unico tribunale ad avere emesso una regolare sentenza; il Comitato per il credito e il risparmio, dove il solo ministro del Tesoro non ha trovato altro che gli articoli del Financial Times per fondare le sue obiezioni; l’Unione europea e la Bce, che hanno sistematicamente rimandato al mittente i maldestri tentativi di ottenere il via libera al tentativo di cancellare di fatto l’autonomia della Banca centrale. Fortunatamente l’Italia non è il paese raccontato in questi giorni sulla grande stampa. La radiografia del paese offerta dalla vicenda Rcs è in realtà l’istantanea di un’Italia di altri tempi, che il successo di Profumo in Europa ridimensiona sul terreno economico, così come il fallimento dei tentativi neocentristi nei due poli ridimensiona sul terreno politico. Per qualche mese si andrà avanti così. Ogni sondaggio che registri il consenso degli italiani verso il centrosinistra verrà titolato sull’esercito degli indecisi o sulla vittoria del partito del non voto. E il successo di Romano Prodi alle primarie verrà raccontato allo stesso modo. Poi si apriranno le urne, il centrosinistra vincerà le elezioni con una larghissima maggioranza e l’intero dibattito sulla crisi del bipolarismo e la disaffezione degli italiani dalla politica svanirà nell’aria come una bolla di sapone.

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