Mediorientalia. Armi e costituzione

Posti di fronte alle difficoltà di includere anche i sunniti, il governo iracheno e gli Usa hanno scelto di promulgare comunque la Costituzione. La risposta non si è fatta attendere: il 14 settembre, non lontano da dove sull’Eufrate il 31 agosto erano morti almeno 700 iracheni sciiti in una calca provocata ad arte, ne sono periti altri cento in attesa di lavoro. Lo stesso giorno a Taji, un sobborgo di Baghdad, 17 sciiti sono stati presi dalle loro case e giustiziati. Due giorni dopo, una serie di attacchi sparsi in tutto il paese ha causato la morte di altri 25. E con sempre maggiore fatica l’Ayatollah Sistani riesce a impedire che la risposta sciita sia lo scontro frontale. Questa intensità di attacchi non è certo motivata da una rappresaglia per l’intervento Usa nella sunnita Tal Afar. Piuttosto ha come obiettivo politico di colpire alla radice ogni processo “pattizio”: dove c’è la politica non ci sono le armi, e viceversa, e i jihadisti sono dotati di molte armi ma di pochi proseliti. Scelgono così il terreno per loro più favorevole. Purtroppo si tratta di una strategia insidiosa, perché fa leva sulle debolezze e gracilità proprie di questo processo pattizio messo in piedi dagli Usa: esse sono sia di natura internazionale sia interna. Per quanto riguarda le prime è presto detto: il mondo è cambiato irrimediabilmente, dopo il 1989 e l’11 settembre, e ciò produce l’esaurimento delle precedenti modalità costituzionali, esclusivamente nazionali. Cioè quelle che furono utilizzate dopo la Seconda guerra mondiale per costituzionalizzare il Giappone e la Germania (ai cui modelli non a caso si ispirano gli Usa per disegnare la ricostruzione irachena). Oggi il processo di globalizzazione, penetrando gli stati, li rende parte di qualcosa di più grande, che se non entra nella costituzione formale entra comunque in quella materiale, indebolendo così la prima. Una costituzione odierna, per non soffrire di osteoporosi galoppante e corrispondere alle mutate condizioni, dovrebbe avere il “sostegno” di una globalizzazione governata. Così ancora non è, e gli effetti si vedono, anche in insiemi più grandi come l’Unione Europea, dove infatti è assai indicativo il succedersi sempre più rapido di processi pattizi, in una sorta di “affanno costituzionale”: dopo i trenta anni intercorsi dai Trattati di Roma del 1957 all’Atto Unico del 1986, si succedono il Trattato di Maastricht del 1991, poi quello di Amsterdam del 1997, subito dopo quello di Nizza del 2001, per poi – inevitabilmente, forse – finire nello stallo determinatosi nel 2005 con la bocciatura del Trattato Costituzionale nel referendum francese. A questo sistemico indebolirsi della rappresentanza del demos in favore dell’ethnos, si aggiungono poi in Iraq le debolezze di questa seconda versione di costituzione presentata il 13 settembre: a cominciare dalla preferenza accordata a una scadenza già fissata nella Legge Amministrativa Provvisoria – dove si prevedeva una stesura finale per il 15 agosto, un referendum il 15 ottobre ed elezioni generali il 15 dicembre, il cui rispetto è importante più per ragioni di politica interna degli Usa che per far funzionare il meccanismo istituzionale – rispetto alla sua inclusività verso i sunniti, per finire con la diffidenza che suscita il principio cardine del federalismo: un principio che in Medio Oriente e ai sunniti ricorda più la dissoluzione dell’impero ottomano e la fine del Califfato che una sussidiarietà di poteri, e che cozza violentemente con il nazionalismo arabo. Non aiuta l’inclusività nemmeno il fatto che, in realtà, questa costituzione prevede di consegnare il controllo del petrolio a curdi e sciiti, lasciando i sunniti a bocca asciutta nelle loro quattro province, ricche solo di polvere. Non da subito, perché le entrate derivanti da pozzi “già esistenti” vengono destinate all’autorità centrale, ma certo con una progressività sempre maggiore con il passare del tempo, perché i proventi dei “nuovi” pozzi spetteranno al governo regionale di pertinenza. E tutti i pozzi, un giorno, saranno “nuovi”. I sunniti, consapevoli di questo, e della perdita di Kirkuk, non attenderanno venti anni per opporsi: si opporranno subito. E’ ciò che sta succedendo. Gli scenari del dopo 15 ottobre sono dunque due: il primo è l’adozione della Costituzione nella forma attuale e il dissolvimento del paese in una guerra civile, essendo assai difficile che i sunniti riescano a bloccare la ratifica con il voto del referendum; il secondo, invece, è la realizzazione di un nuovo patto costituzionale tra tutte le componenti religiose e – non dimentichiamolo – le circa 150 tribù che compongono l’Iraq. Per far questo c’è bisogno di un deciso cambio di rotta della politica Usa. Il punto di partenza è riconoscere il mutato contesto internazionale, il deperimento delle tradizionali risorse pattizie e la necessità di un ritorno della politica. Perché, come scrive su Foreign Affairs il noto analista Andrew Krepinevich, “la guerriglia non si vince uccidendo gli insorti, bensì asfissiandoli”. Al 14 settembre 2005 sono morti in Iraq 1897 soldati Usa.

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