Dove eravamo rimasti

La crisi della maggioranza ha il difetto di tanti recenti film d’azione americani. Più precisamente, ci ricorda una di quelle serie spionistiche alla 24 in cui il buono si rivela un cattivo, il cattivo un buono, la missione da compiere un complotto e il complotto una montatura, il tutto nei primi cinque minuti del primo episodio. Insomma, basta distrarsi il tempo per bere un bicchier d’acqua e non ci si capisce più niente.
La storia comincia con il ministro Tremonti che si schiera contro il governatore della Banca d’Italia e contro Gianfranco Fini, perde lo scontro e di conseguenza il posto, sostituito dal suo più morbido direttore generale al Tesoro, Domenico Siniscalco. Siniscalco chiude un accordo con Fazio per eliminare dal disegno di legge sul risparmio gli articoli che ne intaccano i poteri, segnando con ciò l’archiviazione della linea seguita dal suo creativo predecessore. Poi succedono molte cose, che riguardano scalate verso alcune banche e importanti società editoriali di cui abbiamo già parlato abbondantemente nelle scorse settimane, Siniscalco diventa improvvisamente persino più duro di Tremonti nei confronti del governatore e questa volta trova proprio Gianfranco Fini accanto a sé, ma non Berlusconi. E questa è ufficialmente la ragione delle sue dimissioni. E chi viene chiamato a succedergli? Giulio Tremonti. Scelta preannunciata dalla benedizione di Fini e da quella dichiarazione contro il governatore che Berlusconi aveva negato a Siniscalco fino a un minuto prima, causandone l’allontanamento (sempre stando alla versione ufficiale, va da sé). Tremonti riprende dunque il suo lavoro di ministro dell’Economia e lo riprende esattamente lì dove lo aveva lasciato, esordendo alla riunione del Fondo monetario internazionale con battute salaci contro il governatore condite da raffinate citazioni di Striscia la notizia, per poi togliergli la delega di rappresentante italiano al comitato della Banca mondiale e rispedirlo in patria. Nel frattempo, Berlusconi ha già rilanciato e parzialmente ritirato la proposta dell’Udc sulle primarie nel centrodestra, mentre tutti i principali leader della Casa delle libertà annunciano la propria candidatura, ma ancora non si sa se a votare saranno tutti gli elettori – idea che piace poco al Cavaliere – oppure soltanto gli eletti della coalizione, ammesso e non concesso che alla fine se ne faccia qualcosa.
Le persone per bene, evocate da un editoriale del Corriere della sera che ne invocava la stima imperitura al ministro Siniscalco per la sua provvida uscita dal governo, forse manterranno qualche dubbio in più sulla sua decisione di dimettersi a una settimana dal varo della legge finanziaria, alla vigilia della riunione del Fondo monetario internazionale, nel pieno di una resa dei conti all’interno della maggioranza che minaccia di scaricarsi pesantemente sulla manovra economica. Come dire sulle tasche di tutti i cittadini, che un giorno potrebbero essere chiamati a pagare caro le scelte che saranno compiute nei prossimi giorni. A compierle, però, questa volta non è stato chiamato un altro ministro tecnico. E la scelta merita di essere attentamente meditata.
Da una parte, sia chiaro, era una scelta obbligata. Chi altri avrebbe accettato di prendere il posto lasciato da Siniscalco in un momento simile? Chi altri avrebbe avuto la forza, l’autorevolezza e lo stomaco per affrontare quello che si annuncia come l’ultimo vero redde rationem all’interno della Casa delle libertà? Perché è fin troppo facile prevedere che le vere primarie si faranno lì. Ed è anche per questo che il Cavaliere ha voluto che lì fosse presente in posizione strategica l’uomo che più di ogni altro rappresenta l’autentica constituency del centrodestra berlusconiano. Il ritorno di Tremonti all’Economia chiude una strana parentesi nella storia della Cdl, le cui molte ombre un giorno occorrerà analizzare compiutamente, a cominciare dalla cruenta guerra civile economico-giudiziaria che ha infuriato liberamente durante la reggenza Siniscalco. Il ritorno di Tremonti all’Economia chiude quel ciclo iniziato dal caso, con la malattia di Umberto Bossi, proseguito con la defenestrazione del superministro e concluso dalla restaurazione berlusconiana. Perché questo appare il vero significato del reintegro tremontiano, il ritorno sul ponte di comando dell’asse del Nord e del suo più autentico interprete e rifondatore, con la benedizione del Cavaliere.
Questo, almeno, ci sembra essere il ragionamento di Berlusconi. Ma è un ragionamento che non spiega perché a Fini per primo e a Follini per secondo oggi vada bene quello che fino a poco fa non andava bene affatto, cioè Giulio Tremonti ministro dell’Economia. L’impressione è che gli alleati del Cavaliere abbiano deciso di separare nettamente i propri destini da quelli del presidente del Consiglio. Dopo una prova di forza estenuante fatta di continue richieste di verifica e segnali di discontinuità sistematicamente approdati nel nulla, giunti alla vigilia della campagna elettorale Fini e Follini sembrano dire a Tremonti – e quindi a Berlusconi: visto che ci hai portati fin qui, adesso vai avanti tu. E il Cavaliere appare almeno altrettanto deciso a non farselo dire due volte, nonostante il terreno sembri franargli sotto i piedi ogni giorno di più. Lo stesso scontro tra Tremonti e Fazio, del resto, minaccia di incrinare anche l’ultima tavola a cui Berlusconi può ancora aggrapparsi nel naufragio del centrodestra. Una volta che anche questa sia venuta meno, poco importa se per via del governatore o per via di un agguato parlamentare sulla devolution, nulla potrebbe più mantenerlo a galla. Di una cosa però bisogna dargli atto: l’uomo ha coraggio da vendere.

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