La terza via del metal

Sono passati vent’anni esatti da quando i Candlemass hanno esordito nell’arena metallica: un album e un titolo – “Epicus Doomicus Metallicus” – il cui grado d’ispirazione e la perfetta tempistica avrebbero non solo lanciato il gruppo nell’empireo del genere ma addirittura dettato i canoni di una personale variazione, il “doom epico”. Nel 1985, dopo lo split della sua prima band Nemesis, il bassista Leif Edling si unisce al cantante Johan Lanquist, al chitarrista Mats Bjorkman e al batterista Matz Ekstroem elaborando una particolare miscela di suggestioni sabbatiche (inteso come Black Sabbath) e sfumature doom, dagli ingredienti molto curati nel calibro: non troppa potenza, non troppa oscurità – la terza via del metal, perfetta per sorprendere la scena del momento, in parte dimentica dei precursori e divisa tra richiami prog ed accelerazioni trash.
Gentili e inesorabili, gli autori di “Epicus” (pubblicato nell’86) fanno sensazione e conquistano subito una nutrita schiera di adoratori. Paradossalmente, “Epicus” rimarrà la loro opera di riferimento ma non la loro line-up più apprezzata: è infatti l’anno successivo, per “Nightfall”, che l’ingresso del secondo chitarrista Lars Johansson, di Jan Lindh alla batteria e soprattutto di Messiah Marcolin alla voce, dà al gruppo la perfetta configurazione scenica e strumentale. L’osbourniano Marcolin, con il suo sempiterno abito monacale, è il complemento perfetto al mood dei Candlemass, nonché un’interprete carismatico e suggestivo. In cadenza annuale, seguono “Ancient Dreams” (’88) e “Tales Of Creation” (’89), lavori non mediocri ma vincolati a una formula che inizia a ripetersi. “Live”, del ’91, chiude in bellezza il momento migliore e prelude a un lungo periodo di crisi: Marcolin è il primo a lasciare, per una nuova avventura battezzata Memento Mori; l’ispirazione inizia a scemare e i numerosi cambi di formazione (inclusa un’apparizione di Michael Ammott, in transito dai Carcass agli Spiritual Beggars) con conseguenti aperture ad altre sonorità, fruttano lavori ben poco convincenti: “Chapter VI” (’92), “Dactylis Glomerata” (’98) e “From the 13th Sun” (’99). Il gruppo si scioglie una prima volta nel 1994 (Edling forma gli Abstrakt Algebra, cui seguiranno gli interessanti Krux), quindi nel 2000; si inizia subito a parlare di reunion ma tra ristampe, album live e compilation, si arriva sino al 2005 prima di rivedere (e risentire) la line-up ‘originale’: “Candlemass”, come un (nuovo) inizio, riprende da dove i cinque avevano lasciato. Una recherche che, in parte, riesce: sin dall’iniziale “Black Dwarf”, attraverso le cadenzate “Assassin Of The Light” e “Copernicus”, fino alla piece-de-resistence (sedici minuti in due) di “Spellbreaker” e “The Day And The Night”, si ritrova il vecchio sound compatto e solenne, alieno da estremismi sonori. L’accuratezza e modernità della produzione non evitano tuttavia l’effetto retro: Edling e soci ci riportano agli anni ’80 con classe, ma senza innovazioni o sussulti di sorta. Ne esce un lavoro apprezzabile eppure limitato; i Candlemass rimangono fermi nelle loro convinzioni ma solo nel senso della ripetizione. Di certo, sarà apprezzato dai vecchi fan. Meglio ancora, potrà costituire un’ottima introduzione al genere per i neofiti: anche la didattica è importante.

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