Mediorientalia. Pakistan e Israele

Quando il 14 settembre del 2005, durante un summit delle Nazioni Unite a New York, Sharon e Musharraf si sono stretti la mano, molti lo hanno interpretato come un mutamento epocale nelle relazioni tra i due paesi, ritenendo che la novità più forte fosse nell’aspetto bilaterale. Come spesso accade in Medio Oriente, invece, la realtà è l’esatto opposto di quel che sembra: l’aspetto significativo non è tanto che Israele e Pakistan intrattengano relazioni bilaterali, quanto che esse siano state lasciate venire alla luce, dunque che esistano precise ragioni politiche tali da spingere il Pakistan a fare questa scelta.
Che Israele e Pakistan abbiano rapporti bilaterali era infatti noto agli addetti ai lavori, seppure non al grande pubblico. Essi peraltro risalgono agli anni cinquanta, quando si afferma il movimento dei non allineati, capitanato dall’India e dal nazionalismo panarabo: da quel momento due paesi così diversi come Israele e Pakistan si sono sentiti affratellati – come spesso succede in Medio Oriente, dove “il nemico del mio nemico è mio amico” – dal trovarsi dalla stessa parte della barricata. Ciò ha generato stretti legami tra l’Isi (Inter-Services Intelligence) pakistano e il Mossad (il cui nome completo è “Ha Mossad li Teum”, in italiano “Istituto per il Coordinamento”) già dagli anni ottanta, con l’inizio del conflitto afgano, resi ancora più stretti quando nel 1993 Benazir Bhutto diviene Primo ministro (e Musharraf diviene capo della Divisione operazioni militari dell’Isi), fino a oggi, quando la sicurezza personale di Musharraf è affidata a diavolerie elettroniche e a istruttori israeliani. Certo, tali contatti non hanno mai potuto essere esplicitati, soprattutto dopo lo scoppio della prima Intifada nel 1987. Oggi però la situazione è cambiata: che Israele stia in Medio Oriente per restarci è diventato senso comune anche nei paesi islamici – dopo l’incontro di New York in Pakistan i giornali hanno pubblicato molte lettere nelle quali ci si chiedeva perché se due paesi arabi come Egitto e Giordania hanno riconosciuto Israele, lo stesso non potesse essere fatto da altri, peraltro meno parte in causa – tanto è vero che il ministro degli Esteri israeliano, Silvan Shalom, qualche giorno fa ha potuto per la prima volta scrivere un articolo per un giornale indonesiano, il Jakarta Post, iniziando così un dialogo con il paese islamico più popoloso del mondo.
Non solo: la situazione è cambiata in Medio Oriente ma anche a livello mondiale. Israele oggi – dopo l’11 settembre – detiene molte delle chiavi che possono aprire la cassaforte della legittimità internazionale, vista la sua primazia nella lotta al terrorismo. Il Pakistan, da parte sua, in questa situazione post 11 settembre non si trova a proprio agio: i suoi legami con l’Afghanistan dei Talebani sono profondi, le sue credenziali democratiche sono fragili e la sua economia è sempre più debole, così come la sua coesione sociale e l’equilibrio tra sciiti e sunniti, tra fondamentalisti e laici. Un assetto talmente instabile che Musharraf, dopo il golpe militare che lo ha portato al potere, ha dapprima ritenuto di consolidarlo legando strettamente identità pakistana e capacità belliche nucleari. La situazione si è però definitivamente compromessa il 25 marzo 2005, quando l’Amministrazione Bush ha annunciato la sua prima politica generale per il Sud-est asiatico, che in effetti è basata su una separazione (decoupling) in canali indipendenti dei rapporti bilaterali da un lato con il Pakistan, dall’altro con l’India. Un decoupling che ha dato impulso alla vendita di F-16 al Pakistan ma anche al rafforzamento dei legami, già imponenti, tra l’apparato militare Usa e quello indiano. Un decoupling che ha fatto venire una crisi di nervi al Pakistan, anche perché la stessa Israele ha sviluppato negli anni stretti legami di collaborazione con la sempre più avanzata industria militare indiana. E visto che i tempi sembrano essere cambiati, e il Pakistan è più debole – si deve esser detto Musharraf – perché non saltare dalla parte giusta della barricata nella guerra al terrorismo, e allo stesso tempo non usare questa carta per rafforzare la propria credibilità presso la potente lobby ebraica a Washington e per limitare la crescente potenza indiana nel subcontinente e in Medio Oriente? (al 6 ottobre 2005 sono morti in Iraq 1946 soldati Usa).

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