Si diceva, la rimonta del Cavaliere

Gli elettori del centrosinistra che domenica hanno votato alle primarie si contano in milioni. Quattro milioni di persone che hanno cercato il loro seggio, si sono messe in fila, hanno pagato un euro e hanno votato per il leader dell’Unione. Non si tratta di stime né di sondaggi, non arriveranno i dati della questura a dire che in realtà erano poco più di tremila. Al massimo arriverà Mastella. Anzi, è già arrivato, con la più che comprensibile premura di chi sa di dover mettere le mani avanti. Il risultato delle primarie ridisegna la geografia del centrosinistra e restituisce una fotografia dell’Italia che costringerà molti a rivedere le proprie analisi. Il Cavaliere che giornali e televisioni davano in sicura rimonta è già smontato da cavallo. I tanti intellettuali che in questi anni hanno parlato del popolo della sinistra o in suo nome, questa volta hanno dovuto ascoltare, ricavandone non poche sorprese. Negli stessi giorni in cui il centrodestra accantonava le primarie e con esse Marco Follini che le aveva chieste, il centrosinistra portava a votare quattro milioni di elettori. Il risultato politico è di una semplicità elementare: quattro milioni a zero.
La legge elettorale proporzionale voluta dalla Casa delle libertà per ridisegnare il sistema politico e scomporre il bipolarismo ha spinto molti elettori ai seggi. Il ritorno al passato è stato sconfessato da una delle mobilitazioni popolari più imponenti degli ultimi anni. A votare non è andata semplicemente l’Italia del centrosinistra, ma l’Italia bipolare. A muoversi è stata innanzi tutto quella parte del paese che non vuole tornare indietro. Nello scontro tra le forzature parlamentari della maggioranza e la massa di elettori che ha votato alle primarie, a rimanere stritolato è stato il fantasma del grande centro. Il voto di domenica ha dimostrato infatti prima di tutto che il centrosinistra esiste e che l’Unione non è il semplice prodotto di una legge maggioritaria. Quale che sia il meccanismo elettorale, la coalizione che domenica ha scelto Romano Prodi come suo leader poggia su basi di consenso che oggi nessuno può più mettere in discussione. Il suo risultato personale chiude finalmente lo stucchevole dibattito sulle infiltrazioni di elettori berlusconiani pronti a votare Bertinotti e chiarisce definitivamente quali siano i rapporti di forza all’interno dell’Unione.
Quella di domenica è stata una giornata storica, in cui l’entusiasmo è stato frenato soltanto alle sei di sera, dalla tragica notizia dell’uccisione di Francesco Fortugno a Locri, dove il vicepresidente del consiglio regionale della Calabria è stato assassinato proprio mentre usciva dai seggi delle primarie. Quello di domenica è stato un voto costituente. Ora sta al candidato premier e ai gruppi dirigenti del centrosinistra non disperdere questo patrimonio, evitando di riaprire discussioni laceranti. L’unità dei partiti che hanno sostenuto la candidatura di Prodi alle primarie l’hanno fatta gli elettori. Quale che sia la forma in cui decideranno di presentarsi nel 2006, il processo così avviato non potrà essere fermato. Prodi, Fassino e Rutelli si riuniscano alla svelta, si parlino chiaramente e risolvano la questione delle liste in modo pragmatico e razionale. Al resto penseranno gli italiani.

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