Gianni Cuperlo e la tartaruga

La costruzione di un nuovo partito è un processo doloroso. Questo è secondo me il vero significato – al di là delle intenzioni del suo ideatore – della celebre definizione di Alfredo Reichlin secondo cui “i partiti non si inventano”. Dalla crisi del sistema politico nei primi anni novanta, di partiti in Italia ne sono stati inventati moltissimi: da Alleanza democratica all’Elefantino di Segni e Fini, dal partito dei sindaci alla Rete di Orlando, dall’Italia dei valori a Forza Italia (tralascio dall’elenco, per ovvie ragioni, le infinite filiazioni dei tre partiti storici Dc, Psi e Pci, avvenute “per scissione” e dunque non “per invenzione”). Con la sola eccezione del partito del presidente del Consiglio, questi movimenti e tutti i moltissimi altri che ho certamente dimenticato si sono ben presto trovati dinanzi a un’alternativa secca: confluire (e scomparire) dentro altri partiti, magari anch’essi “nuovi” ma sorretti da apparati assai più ricchi di storia, per dir così (è il caso dei tanti movimenti confluiti nella Margherita insieme ai Popolari), o più semplicemente morire di inedia, nel breve volgere di quella stagione politica che ne aveva favorito la nascita. In fin dei conti, per tanti di loro, si è trattato di scelte in buona misura analoghe. Nel migliore dei casi, tutti questi figli del tracollo (della prima Repubblica, del Muro di Berlino) che erano poi in gran parte one-issue parties e per di più di natura prettamente oppositiva (contro la corruzione, contro la mafia, contro la cosiddetta partitocrazia) hanno potuto scegliere di che morte morire.
Negli stessi anni partiti ben più antichi hanno tentato improbabili fusioni. Il caso di scuola è il Girasole, nato dall’alleanza tra socialisti e verdi. Un caso analogo, ma di successo, è invece quello della Margherita, che ha retto benissimo anche alle successive defezioni. In tutte queste occasioni, quale che ne sia stato l’esito, il processo di fusione iniziale non ha incontrato alcuna difficoltà. I progetti più ambiziosi, nascessero per scissione e ricomposizione oppure per invenzione, dalla Margherita a Forza Italia, sono stati tutti coronati da successo. Quelli che invece sin dall’inizio si presentavano come evidentemente posticci e occasionali, dal Girasole all’Elefantino, non sono abortiti sul nascere per le resistenze interne all’unificazione, ma sono stati ammazzati nella culla per l’obiettiva mostruosità del parto (e infatti non si ricorda alcuno che in questi casi abbia mai rimpianto la creatura o criticato la sentenza di morte).
Il processo di unificazione tra Ds e Margherita – partiti entrambi, a loro volta, frutto di numerosi e diversi innesti politico-culturali nella storia recente – rappresenta a oggi l’unico caso di unificazione in cui le maggiori difficoltà si siano incontrate nella fase preparatoria, tanto che questa si è dilatata fino al punto da lasciar scomparire dall’orizzonte la fine del processo, concentrando tutta l’attenzione sui famosi passaggi intermedi.
Sull’Unità di sabato Gianni Cuperlo ha riproposto questo tema. A suo avviso, i problemi incontrati finora dimostrerebbero che l’unificazione è stata male impostata. Occorrerebbe forse, azzarda, “animare il processo”. Renderlo più “vitale e partecipato”. A mio avviso, invece, lo è stato fin troppo. Occorrerebbe semplicemente portarlo a conclusione. Gli argomenti addotti da Cuperlo a sostegno dei passaggi intermedi nell’unità dei riformisti somigliano agli argomenti portati da Zenone di Elea a sostegno dell’unità del tutto: per coprire la distanza che lo separa dalla tartaruga, Achille dovrà prima – evidentemente – percorrerne la metà; ma per percorrere quel tratto – altrettanto evidentemente – dovrà prima, ancora una volta, percorrerne la metà. E così via all’infinito, in un’interminabile serie di suddivisioni dello stesso percorso che potremmo ragionevolmente definire “passaggi intermedi”. E il motivo per cui – ragionando al modo di Zenone – Achille non raggiungerà mai la tartaruga è che i passaggi intermedi non finiscono mai.
Mentre Rutelli così discettava dell’uno e del molteplice al modo della filosofia eleatica, è accaduto però che quattro milioni e trecentomila Achille (diciamo pure “soltanto” gli oltre tre milioni che hanno votato Prodi) gli si sono messi a correre davanti, superando agevolmente tutte le tartarughe del caso. Questo è il motivo per cui quel progetto apparentemente impraticabile o “non ancora maturo” è maturato di colpo. E Cuperlo a mio avviso rovescia impropriamente il ragionamento (e la realtà) quando cita i mutamenti di posizione della Margherita come prova della debolezza del progetto (e non, semplicemente, della debolezza delle precedenti posizioni della Margherita). Quando anche i più strenui oppositori si accodano, i sostenitori della prima ora dovrebbero rallegrarsi, non chiedersi dove hanno sbagliato.
Tre partiti hanno indicato un candidato premier e un progetto di governo. Se oltre tre milioni di persone sono andate a cercarsi il proprio seggio, si sono portate il certificato elettorale, hanno pagato un euro e hanno firmato una dichiarazione per votare, dopo aver fatto per giunta interminabili code, vuol dire che quel progetto e quella proposta non sono apparsi così vaghi e inconsistenti come qualcuno diceva. Tre milioni di persone che hanno fatto tutto questo non sono tre milioni di elettori, ma tre milioni di militanti. E quel voto, di conseguenza, non è una banale consultazione interna, ma un fatto costituente. Ed è proprio dinanzi a questo fenomeno spontaneo e travolgente che anche Rutelli e tanti scettici commentatori hanno dovuto rivedere le proprie analisi. Militanti ed elettori hanno dimostrato plasticamente quanto fossero già più avanti di tutte le difficoltà e di tutte le tartarughe indicate dai dirigenti politici, dai quali forse sarebbe lecito aspettarsi, se non altro, maggiore prontezza di riflessi. Perché è in attesa del maturare delle condizioni politiche che i partiti marciscono. E questa è una constatazione offerta innumerevoli volte dalla storia della sinistra, tanto che se ne potrebbe trarre quasi una legge fisica. Ma fortunatamente la storia della sinistra – e in particolare del Pci – offre anche numerose lezioni di pragmatismo e capacità di adattarsi alle novità. E credo proprio che nonostante tutte le elucubrazioni sui passaggi intermedi e partecipati, al momento di scommettere sulla corsa alle prossime elezioni, a nessuno verrebbe in mente di puntare il proprio capitale sulla tartaruga.

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